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Il canto liturgico in Certosa

Francescantonio Pollice

 

 

 

 

IL CANTO LITURGICO IN CERTOSA

 

L'alone di mistero che avvolge la Certosa, ritenuta quasi un paradiso in terra, ha, certamente, alimentato l'interesse verso questa istituzione monastica.

Nel corso della sua esistenza, l'Ordine certosino ha tenacemente difeso la separazione dal mondo considerata, non a torto, l'indispensabile condizione per mantenere la propria particolare identità se non addirittura per la sua stessa sopravvivenza.

Le scelte operate, a volte incomprensibili "dal punto di vista del mondo", sono state, quindi, guidate da questa necessità. L'essere allo stesso tempo nel secolo e lontano da esso ha consentito ai certosini di conservare, a differenza di altri ordini religiosi, quasi inalterate le proprie tradizioni liturgiche che, nel corso dei secoli, hanno subito solo modesti cambiamenti.

Questa scelta è stata, naturalmente, applicata anche al canto liturgico che contribuisce, nel contesto della vita contemplativa, a realizzare quell'incessante aspirazione, propria di ciascun monaco, ad un diretto contatto con Dio.

Lodate il Signore ... cantate inni al suo nome” (Sal 135,3); le parole del Salmista sono, in questo senso, illuminanti. L’anelito di un diretto, intenso e profondo contatto con Dio, avvertito da chi ha consacrato totalmente la propria vita al Signore, si manifesta soprattutto attraverso il canto che è il mezzo più adatto a proclamare, con solennità, le magnificenze del creatore.

Nella famiglia Bruniana, al pari di altre realtà monastiche, questa lode indirizzata a Dio acquisisce, poi, un particolare valore e diventa anche espressione del profondo sentimento d'amore che il solitario nutre verso il Creatore.

Il valore di questo canto - sacro perché parte integrante dell’azione liturgica in cui viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati -  risiede nell’essere totalmente diretto al Signore e la sua funzione è quella di essere mezzo di preghiera che costantemente alimenta il cuore del cantore nel fervore dello spirito.

Poiché non c’ è migliore nutrimento che quello tratto dalle Sacre Scritture, indiscutibile è la supremazia del testo sulla melodia la cui struttura si modella sulle articolazioni delle parole.

Il canto liturgico è, dunque, prima di tutto una manifestazione di preghiera e, nell’ordine certosino, dov'è prescritto dalla Regola, la sua fedele esecuzione costituisce anche una forma di obbedienza.

Solo una diretta esperienza può aiutare nel tentativo di comprendere lo specifico "clima" del canto certosino che tuttora rimane fedele alla propria originaria impostazione come risulta dalle comuni testimonianze di quanti religiosi o laici, nel corso dei secoli, hanno avuto il privilegio di partecipare agli uffici o alla messa.

Con il canto il monaco dunque non solo prega, loda e manifesta amore a Dio ma acquisisce, attraverso la quotidiana espressione dei Testi Sacri, il nutrimento per la propria vita interiore.

L'intimo ed intenso dialogo che l'eremita ha con Dio nel silenzio e nella solitudine della cella interagisce, nella vocazione certosina, con l'esperienza comunitaria nel coro della Chiesa, dove riuniti fraternamente, i figli di San Bruno fondano in una sola le loro voci per celebrare l'Ufficio Divino, l'Opus Dei ossia, come riferisce Padre Antonio de Molina, "il servizio specifico della religione e del Culto Divino"..

Durante tale rito liturgico in coro, quasi integralmente cantato, la comunità partecipa e s'arricchisce della presenza del Signore che è in mezzo a quanti si riuniscono nel Suo nome.

E' anche per questo che i certosini, nonostante rifiutino nel canto ogni ricerca di estetismo, gli riconoscono grande importanza.

Se esso, infatti, è preghiera, anzi secondo la massima attribuita a S.Agostino, doppia preghiera: Qui bene cantat, bis orat; il canto non può essere affrontato e reso lasciandosi sfuggire questa finalità.

Per ben salmodiare è, allora, necessario, come ricordano gli Statuti, essere “imbevuti dello spirito con il quale salmi e cantici sono stati scritti" (Statuti, 1991, 7.52.1). Si potrà andare così oltre la musica per avanzare nel campo sconfinato della mistica che conduce verso la possibile unione con l’Assoluto, dove usciti da sé ed entrati in Dio ogni ricerca produce una scoperta ed ogni domanda una risposta. Il contemplativo, che nel corso degli anni apprende a memoria il repertorio gregoriano, abbandonandosi, riesce a penetrare lo spirito del testo ed aspira a viverlo. Le melodie e, soprattutto, le parole dell’Ufficio Divino pongono l’anima del monaco al cospetto di Dio; i sensi non giocano che un ruolo secondario e la tensione ascetica ha il sopravvento. Il canto, mezzo che aiuta il certosino nel suo processo di santificazione, non ha valore in se stesso, ma è parte di un disegno più grande, di una prospettiva redentrice e salvifica che ha come fine ultimo la contemplazione. Attribuire in Certosa altri valori al canto, legittimi ed ad esso propri in contesti diversi, significa privarlo della sua stessa ragione d’essere che è quella di favorire l’unione con Dio. Un canto che si ponga l’obiettivo di ricercare la bellezza estetica ed il piacere dei sensi di fatto si colloca al di fuori della prospettiva sopra solo appena tracciata.

Per un certosino cantare bene significa, principalmente, fare tutto il possibile perché la lode a Dio, espressa esteriormente con il canto, abbia lo stesso significato e la medesima partecipazione della fede interiormente vissuta.

Ma come concretamente si realizza questo canto ?

La pratica corale, il fondere in una le diverse voci del coro esige una rigorosa disciplina non solo musicale ma, soprattutto, spirituale. Un coro ben formato si distinguerà per l’armonia e la fusione delle voci che si otterranno solo se ciascun componente del gruppo dimentica se stesso e si dona totalmente alla comunità. Secondo quanto riferisce Don Jacques Dupont, Padre Priore della Certosa di Serra San Bruno, che ringrazio insieme ad un monaco certosino per la disponibilità, “Ogni canto corale, ma più ancora il canto liturgico esige questa rinuncia a se stesso. La liturgia, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, è l’attualizzazione del mistero pasquale compiuto da Cristo una volta per sempre. Questo mistero pasquale è l’avvenimento centrale della storia dell’umanità, svolto tra il Venerdì della Passione e la Domenica di Resurrezione. Chi celebra la liturgia non può fare a meno di partecipare alla morte di Cristo, lui che, come dice San Paolo “umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8), ciò che avviene tramite la dimenticanza e il dono di sé”.

In questo senso il coro si configura come una sorta di palestra dove ciascun monaco, con l’aiuto del Signore, si sforza di abbandonare le proprie umane debolezze e, collaborando attivamente con gli altri, trasformerà il canto in preghiera. Solo così penetrando  nel mistero della Liturgia, giungerà alla realtà spirituale che attende d’abbracciarlo.

D’altra parte il momento corale è quello durante il quale ciascun certosino, insieme con i suoi fratelli, realizza una realtà nuova risultante dalla compenetrazione inscindibile della relazione personale e verticale tra Uomo e Dio con quella orizzontale del rapporto tra i monaci.

Ma la possibilità di dialogare con Dio necessita una forte vigilanza sulla concreta realizzazione del canto, una vigilanza che è personale e comunitaria insieme.

Cosa chiedono i certosini a se stessi perché il canto raggiunga lo scopo che si sono prefissi?

La risposta è nel capitolo 52 “Il canto nel servizio divino” degli Statuti dove si legge: ”Con purezza e energia dobbiamo partecipare alle divine lodi così da stare davanti al Signore con riverenza e insieme con generosa dedizione,: non pigri o sonnolenti, e, senza risparmiare la voce, senza mangiare le parole a metà, ma cantando le parole dello Spirito Santo con suono ed animo virili, come è giusto che si faccia.

- Nel canto si osservino semplicità e misura così che esso spiri gravità e non si perda la devozione, dobbiamo infatti cantare e salmodiare al Signore col cuore e con la voce. E tanto meglio salmodieremo quanto più ci saremo imbevuti dello spirito col quale salmi e cantici sono stati scritti.

- La salmodia non va né trascinata né precipitata; ma deve essere modulata con voce sonora, viva ed agile di guisa che tutti possano salmodiare con devozione e cantare con cura, senza strepito di voci, con sentimento e senza dissonanze”.

Poco importa che manchi in Certosa una schola di canto, che la tecnica non sia raffinata, che il repertorio sia ridotto e relativamente facile da apprendersi, in quanto la perfezione esecutiva non solo sarebbe poco in sintonia con "l'austerità dello stile di vita certosino", ma rischierebbe di far diventare quel solenne momento corale un esercizio d'arte fine a se stesso.

L’esecuzione, dunque, eviterà tanto la ricerca, che non favorisce lo slancio dell’anima verso Dio, quanto la negligenza, che impedisce al canto di essere (come suggerisce il salmista “cantate con arte” - Sal 47,8) anche opera d’arte, naturalmente non in senso estetico, ma in quanto opera di Dio. Senza addentrarsi nelle diverse interpretazioni che si sono date al termine maskil è possibile ritenere che, “con arte” s’intenda conforme alla volontà di Dio. Il monaco canta con arte quando la sua lode è accurata e realizzata secondo le regole prescritte dagli Statuti.

Questa comunità di preghiera realizzata materialmente e visibilmente nel coro, esiste e si manifesta anche quando ciascun monaco, in solitudine, richiamato dal suono della campana, provvede alla celebrazione delle ore liturgiche minori così come sono stabilite dall’orario della giornata certosina. Una solitudine condivisa che, come si legge in un testo certosino, è “contemporaneamente una comunione concreta ed incarnata”.

L’ininterrotto succedersi di momenti solitari e comunitari partecipano e concorrono alla definizione della vocazione certosina. Nel fluire delle ore l’elemento musicale della pratica corale rappresenta l’involucro interiore messo insieme, giorno dopo giorno, nel silenzio della solitudine.

Il silenzio è uno degli aspetti più rilevanti della vita certosina, sicuramente la “principale applicazione” di questa vocazione monastica e non è inutile ribadire come, in questa prospettiva, il canto venga dal silenzio ed ad esso riconduce. Un silenzio che non è un atto d’immobilità ma al contrario di estrema vigilanza ed attesa.

Un altro importante elemento che caratterizza il canto dei figli di San Bruno è la semplicità; tutti i testi certosini raccomandano, di continuo, nell' esecuzione, la coerenza con l'austera forma di vita da essi liberamente scelta. Nel Méthode de Plain Chant selon le rite e les Usages Cartusiens, pubblicato ad Avignone nel 1868, Don Marcel Marie Grezier a questo proposito scrive che è "con canti semplici e devoti che noi ci sforziamo di piacere al Signore, spogliandoli di tutti i vani ornamenti del canto profano fatti più per distrarre e per lusingare e commuovere i sensi che per stimolare nei cuori il raccoglimento e la vera pietà".

In questa prospettiva é comprensibile come i certosini, nel momento in cui costituiscono la loro liturgia, operano una generale revisione e semplificazione del repertorio esistente e vigilano, nel corso dei secoli, sui tentativi volti a turbare la purezza e la semplicità del loro canto le cui melodie si attengono rigorosamente a quelle gregoriane.

La semplicità, che per molti rappresenta un punto d’arrivo, è, invece, per i certosini il punto di partenza. Solo grazie a pratiche ridotte all’essenziale il monaco potrà immergersi sempre più profondamente nell’immensità dell’anima, dedicandovi tutto il suo tempo. Il certosino può, così, procedere nel suo cammino verso una vita interiore talmente ricca da consentirgli di accostarsi alle Verità Eterne. Ma attenzione, semplice non significa facile!. Più il canto si fa semplice più è faticoso eseguirlo in tutta la sua perfezione. Beninteso non ci riferisce ad un’esecuzione di ordine materiale, ma ad una di carattere spirituale. La ragione profonda di questa difficoltà risiede nella trasposizione all’esterno di uno stato d’animo che solo il silenzio divino può tradurre.

L’importante è restare nell’amore. Pure sotto la povertà che a volte il canto possa rivestire, o forse grazie a questa povertà le anime interiori sono capaci di trovare l’ amore e il silenzio. Per cui anche un’esecuzione non del tutto perfetta potrà essere fonte di amore e silenzio.

Amore e semplicità sono, dunque, le disposizioni basilari dell’esecuzione in Certosa del canto sacro. Questo non si oppone a allo spirito contemplativo, anzi lo sostiene nella sua ricerca ascetica. Il canto corale, attraverso il quale si realizza una realtà di comunione, consente al certosino di sublimare la propria personalità in una nuova dimensione orante che alimenta la sua vita contemplativa.

Libero, quindi, da ogni vanità estetica il canto comunitario acquisisce così un valore extramusicale che, superando la sua materialità sonora, diviene preghiera dimentica di se stessa nella contemplazione di Dio.

 

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