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L'iconografia di San Bruno Domenico Pisani |
Punto
di partenza essenziale per trattare i problemi iconografici riguardanti la
figura di San Bruno è senza dubbio la letteratura agiografica. La prima
opera conosciuta fu redatta intorno alla metà del XII secolo ed è
denominata cronaca "Magister" per il suo "incipit". E'
generalmente ritenuta opera di Guigo I e racconta le vite dei priori della
Grande Chartreuse. Nel 1250 venne scritta, invece, la cronaca "Laudemus"
che costituì, poi, la base per la cosiddetta "Vita antiquior"
compilata intorno al 1300 e inserita dal bollandista Cornelius de Bye
negli Acta Sanctorum del 1770, per passare, poi, nella Patrologia
Latina. Successivamente, nel 1298 un anonimo certosino di Meyriat scrisse
"Quomodo Ordo Cartusiensis sumpsit exordium", un breve opuscolo
che ricalca le linee della cronaca "Laudemus" seguito, un secolo
dopo, da Heinrich Egher Von Kalkar, priore della certosa di Colonia, con
il suo "Ortus et decursus Ordinis cartusiensis" che ebbe una
larga diffusione e conseguenzialmente molta influenza sulle altre Vite.
Nel XVI secolo molte opere ebbero peso sullo sviluppo
dell’iconografia bruniana: nel 1508 don Zaccaria Ferreri raccolse in un
poemetto gli episodi più salienti, molti dei quali leggendari, del
percorso spirituale di San Bruno e, nel 1515, Francois du Puy, priore
della Grande Chartreuse, scrisse un testo fondamentale, successivamente
pubblicato nella Patrologia Latina sotto il nome di "Vita
altera". Nel 1530 Pietro Blomevenna da Leida, priore della certosa di
Colonia, compilò un'ulteriore contributo agiografico e nel 1574 Lorenzo
Surio pubblicò i suoi scritti nella collezione "Flos Sanctorum"
che fu riprodotta sotto il nome di "Vita tertia" nella
Patrologia Latina. Gli studi successivi sono tutti tributari di quelli di
du Puy, Blomevenna e Surio, mentre, quelli precedenti la canonizzazione
sono da considerarsi storie delle origini dell'Ordine certosino e non veri
e propri racconti agiografici. La
produzione artistico-iconografica nacque ufficialmente intorno al 1514,
data dell’autorizzazione del culto di San Bruno, da parte di Leone X,
“vivae vocis oraculo”. Tuttavia anche nel Medioevo i certosini
sentirono il bisogno di celebrare la nascita del loro Ordine e, benché
l'iconografia bruniana sia priva dell'eredità figurativa di quest'epoca,
alcune sporadiche raffigurazioni all'interno delle certose testimoniano la
sopravvivenza della memoria degli episodi legati alla vita del loro
Fondatore. Pur non essendoci, quindi, una radicata tradizione medioevale,
si ebbe sicuramente, intorno al 1353, uno dei primi sviluppi con gli
affreschi eseguiti per il chiostro della certosa di Parigi, oggi,
purtroppo, perduti e successivamente, nel corso del XV secolo, nei
cicli di Basilea e Colonia.
Un dato interessante, che deve essere tenuto presente nello studio delle
manifestazioni artistiche legate a San Bruno, riguarda la loro
committenza. Il Leoncini, infatti, in un suo contributo dice testualmente:
"Deve però essere tenuto presente un dato di estrema importanza:
essa non divenne mai un'iconografia a carattere popolare, e le
rappresentazioni di questo Santo non ebbero mai un'ampia diffusione, ma
rimasero sostanzialmente legate agli ambienti certosini, anch'essi
fermamente determinati dalla stretta clausura delle certose. Se oggi
troviamo quadri con San Bruno, o statue di lui, in vari musei o in chiese
diverse da quelle certosine, possiamo tener quasi per certo che provengono
comunque da una qualche certosa". L'opera più importante e più antica arrivata fino a
noi é un ciclo di miniature contenuto nel codice conosciuto come "Les
belles heures du duc Jean de Berry ", eseguito nei primi anni del XV
secolo dai fratelli Pol, Hermant e Jeannequin de Limbourg e conservato a
New York, nel Museo dei Cloisters. Eseguito per illustrare l'Ufficio dei
morti, ci presenta la figura di San Bruno illuminata da Dio che abbraccia
la vita monastica insieme ai sei compagni in seguito ai funerali di
Raimond Diocres. Il breve ciclo iconografico comprende otto scene: la
prima rappresenta il teologo di Parigi attorniato dai discepoli, intento
all'insegnamento, la seconda i suoi funerali, durante i quali il suo
cadavere avrebbe esclamato, durante i tre giorni che precedettero la
sepoltura: "Sono accusato al giusto giudizio di Dio", "Sono
giudicato al giusto giudizio di Dio", "Sono condannato al giusto
giudizio di Dio". La terza miniatura rappresenta la sua sepoltura. La
scena successiva raffigura San Bruno che, turbato dagli avvenimenti
parigini, raccoglie i compagni e parte per il sud della Francia, dove, il
vescovo Ugo di Grenoble, nella quinta miniatura, sogna l'arrivo dei sette
religiosi sotto forma di stelle. L’altra scena, che ha come tema
l'incontro tra i due Santi, simboleggia l'avverarsi del presagio onirico
del vescovo grazianopolitano, mentre, successivamente, i certosini
prendono possesso del nuovo monastero, raffigurato come un vasto complesso
architettonico comprendente la chiesa e le celle dei monaci disposte
intorno al chiostro. L'episodio leggendario riguardante Raimond Diocres,
oggi contestato dagli studiosi, fu inserito, alla fine del XIII secolo, da
un certosino di Meyriat nella stesura della cronaca "Laudemus",
uno dei più antichi racconti agiografici pervenutoci e successivamente
ripreso dalla "Vita antiquior" del 1300 circa, che fa parte
della cronaca dei primi cinque priori della Gran Certosa, e dall'opera di
Heinrich Egher von Kalkar "Ortus et decursus Ordinis Cartusiensis"
del 1398. Le forti tinte di questo racconto che tendeva a impressionare e
a dare una connotazione divina, di tipo miracolistico, alla scelta
monastica di San Bruno, condizionarono tutta l'iconografia successiva. Nel
1510 le nove scenette di Urs Graf, poste all'inizio della prima parte
degli "Statuta Ordinis Cartusiensis a domino Guigone priore cartusiae
edita" e le xilografie del 1524, tratte dalla " Vita Sancti
Brunonis" di Francois du Puy, riproposero l'episodio dell'anastasi di
Raimond Diocres, che ormai era divenuto una pietra miliare nei cicli
celebrativi dell'Ordine certosino e successivamente nei cicli iconografici
del Fondatore, di cui furono ottimi interpreti Bernardino Poccetti nel
1591 per la certosa di
Firenze e Daniele Crespi nel 1629 per la certosa di Garegnano. Notevoli
sono anche le incisioni di Giovanni Lanfranco e Teodoro Kruger e di
Eustache Lesueur e Francois Chauveau, pubblicate rispettivamente nel 1620
e nel 1680. Molte opere, dalle miniature di Pol, Hermant e
Jannequin de Limbourg alle xilografie
del 1524 che illustrano la "Vita Sancti Brunonis" di
Francois du Puy, ai cicli iconografici di Lanfranco e Kruger e di Lesueur e Chauveau, raffigurano San Bruno che esorta i
discepoli. La scena deriva dal presunto discorso di commiato da lui
pronunciato nella Cattedrale di Reims prima di partire per il deserto di
Certosa, in cui commentò il Salmo LIV, 8 "Ecce elongavi fugiens et
mansi in solitudine" provocando profonda impressione. L'episodio fu
inserito nel poemetto in esametri latini del certosino di Vicenza dom
Zaccaria Ferreri, che riveste una importanza fondamentale nell'iconografia
di San Bruno. Infatti malgrado la sua “Vita” sia ammantata di
leggenda, da essa dipendono la maggior parte dei cicli successivi alla sua
pubblicazione, avvenuta nel 1508. Molti episodi, infatti, rivestono un
carattere miracolistico che colpisce immediatamente l'immaginazione e
tende a rimanere impresso nella memoria. Per questo motivo, forse, fu
adottato da molti artisti. Un altro importante passo della vita del Santo
riguarda l'apparizione onirica, nella chiesa di Molesme, di tre angeli che
assicurarono l'approvazione divina alla sua opera. Riportato sia nelle
incisioni firmate da Lanfranco e Kruger
sia in quelle di Lesueur e Chauveau, l'episodio deriva dai versi
del poemetto del Ferreri. E ancora, le miniature di Pol, Hermant e Jeannequin
de Limbourg, le xilografie di Urs Graf del 1510 e le incisioni di
Lanfranco e Kruger del 1620 mettono l'accento su un episodio leggendario,
desunto dall'opera di Heinrich Egher von Kalkar, ritenuto fondamentale nel
cammino che portò San Bruno alla fondazione della prima certosa,
l'incontro con un Eremita. Tuttavia i passi più famosi e più rappresentati
dagli artisti riguardano il sogno di Sant'Ugo vescovo di Grenoble, che
vide le sette stelle sul deserto di Chartreuse prevedendo l'arrivo di San
Bruno e dei sei compagni, e l'incontro tra i due. Tutti i cicli
iconografici riportano questi momenti, dal più antico costituito dalle
miniature dei fratelli de Limbourg, a quello di Daniele Crespi
affrescato nel chiostro della certosa di Garegnano nel 1629, ai più
moderni. Gli episodi, da cui deriva anche il simbolo dei certosini,
costituito da sette stelle intorno
al mondo sovrastato dalla Croce, pare che fosse stato udito dalla voce di
Sant'Ugo da Guigo, autore certosino che narrò la vita del Vescovo nel
1134 e costituisce, quindi, un momento importante per il racconto della
nascita dell'Ordine bruniano. La vestizione monastica è, invece, il momento chiave
di ogni percorso spirituale. In un affresco quattrocentesco attribuito al
cosiddetto "Maestro di San Bruno"
sono raffigurati San Bruno e i sei compagni che ricevono l'abito
monastico dalle mani di Sant'Ugo di Grenoble e nella parte destra Sant'Ugo
di Lincoln riceve l'abito monastico dalle mani di San Bruno con
un'evidente anacronismo, in quanto Sant'Ugo di Lincoln nacque nel 1140 e
morì nel 1200. L'episodio della vestizione ritorna nelle incisioni di
Lanfranco e Kruger e in quelle di Lesueur e Chauveau. L’altro momento decisivo riguarda l'arrivo del
messo di Urbano II al deserto di Chartreuse per la convocazione di San
Bruno a Roma. L'avvenimento é presente nel panorama iconografico, a causa
del poemetto del Ferreri, ma le xilografie che illustrano la "Vita
Sancti Brunonis" del du Puy, e, le incisioni di Lesueur e Chauveau,
testimoniano la sopravvivenza di questo tema nel tempo, fino poi ad
arrivare all'incisione acquarellata di
Filippo Bigioli che nel 1847 illustrò "Il perfetto
leggendario", un'opera enciclopedica sulle vite dei Santi. Il successivo incontro avvenuto a Roma con Urbano II,
interpretato dalle incisioni di Lanfranco e Kruger nel 1620, venne poi
ripreso da Francisco Zurbaran in un quadro oggi conservato presso il Museo
Provinciale di Siviglia e proveniente dalla certosa di Triana, dipinto
intorno al terzo decennio del XVII secolo. Subito dopo l'annuncio della
partenza di San Bruno per Roma i monaci di Chartreuse, sconfortati per la
perdita della loro guida spirituale, avevano deciso di lasciare il
deserto. Ma un avvenimento miracoloso li fece desistere dal compiere
questo passo: l'apparizione della Vergine e di San Pietro. Questo miracolo
riportato nel ciclo del Lanfranco e del Kruger fu ripreso dal pittore
napoletano Massimo Stanzione nel 1623
in un dipinto realizzato per la certosa di San Martino e da
Giovanni Odazzi, nei primi anni del XVIII secolo in una pala d'altare per
la Basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma. I momenti successivi, nei cicli iconografici
riguardanti San Bruno, si riferiscono alla sua permanenza in Calabria. Il
rifiuto dell'arcivescovado di Reggio ha fatto nascere un attributo
fondamentale: il pastorale e la mitria deposti a terra si ritrovano in
tutte le raffigurazioni simboliche e devozionali legate alla sua vita.
Nelle immagini realizzate in Europa, dove gli accadimenti propri
dell'Italia meridionale non ebbero eco, lo stesso attributo può essere
riferito al precedente rifiuto dell'arcivescovado di Reims. Il rapporto di
San Bruno con i principi normanni e l'attività diplomatica, svolta
all'interno della Santa Sede per rafforzare i legami e le alleanze,
contribuirono a far nascere l'episodio leggendario dell'incontro con il
gran conte Ruggero nelle selve serresi e il poemetto del Ferreri contribuì
a diffonderlo. Ruggero avrebbe sorpreso durante una battuta di caccia il
Santo in preghiera e colpito da questa visione si sarebbe inginocchiato.
Sembra tuttavia che l'incontro sia avvenuto diversamente e in tutt'altro
luogo, probabilmente alla presenza di Urbano II dopo la fuga dalla corte
papale da Roma. In Calabria, probabilmente a causa di una leggenda locale,
si vuole che sia avvenuto mentre San Bruno, per penitenza, pregava immerso
nelle acque gelate di un laghetto che si trovava di fronte all'eremo della
"Torre". I cani del conte lo avrebbero trovato in preghiera e
avrebbero piegato le zampe anteriori in segno di riverenza davanti a lui. Infatti,
a Serra, durante il priorato di Tommaso Cantina da Firenze (1644) fu data
una sistemazione architettonica al piccolo bacino idrico oggi chiamato
"il laghetto" e vi fu collocata dentro una statua di San Bruno
inginocchiato e con le mani giunte, forse scolpita da un maestro locale.
Sappiamo, però, che la leggenda dell'incontro con il conte Ruggero
preesisteva al 1645. La tradizione fortemente radicata in Calabria dipende
forse da un antichissimo racconto, la cui origine non è stato possibile
reperire, ma che, tuttavia, deve essere considerato come fondamentale per
la ricostruzione completa dell'iconografia bruniana malgrado la sua
diffusione, per quanto risulta, sia solo serrese. Prima del terremoto del
1783 si trovavano ai bordi del "laghetto" due cani di steatite,
"inginocchiati", con due grossi collari molto lavorati, ornati
da puntali di pietra. Oggi i cani si trovano a Capistrano in una proprietà
privata. Tutto lascia presumere, e il condizionale è d’obbligo poiché
le cronache dei viaggiatori settecenteschi non ne parlano, che accanto ai
cani ci fosse anche la statua del conte Ruggero, di cui non é rimasta
traccia. Quella calabrese é una variante iconografica
dell'incontro tra il Santo e il conte normanno, che si ritrova, secondo i
canoni dell'iconografia tradizionale,
nelle xilografie del 1524 che illustrano la vita scritta dal du Puy,
e nelle incisioni di Lanfranco e Kruger
che descrive la battuta di caccia inserendo un personaggio che
suona il corno, un piccolo cane davanti a San Bruno in atteggiamento
riverente e Ruggero inginocchiato e con la mano sinstra sul petto. Anche
Daniele Crespi in uno degli affreschi eseguiti per la certosa di Garegnano
si attenne all'iconografia tradizionale raffigurando l'arrivo del conte
con i suoi cani e il suo seguito. Nell'incisione di Lesueur e Chaveau
si nota una leggera variante rispetto alle altre raffigurazioni.
San Bruno viene distolto dalla preghiera dall'arrivo del conte Ruggero che
si inginocchia e congiunge le mani. Anche uno dei cani é raffigurato
"inginocchiato" davanti a lui. Un altro episodio legato alla
permanenza di San Bruno nell’Italia meridionale riguarda il fallimento
della congiura di Capua. Il conte, tradito dal greco Sergio, venne
svegliato da San Bruno mentre dormiva nel suo attendamento. L'episodio,
raffigurato da Bernardino Poccetti tra il 1591 e il 1593 negli affreschi
per la certosa di Firenze,
rappresenta San Bruno in atto di svegliare il normanno penetrando nella
tenda, mentre nello scannello di una delle statue conservate nella chiesa
Matrice di Serra, scolpito minutamente a bassorilievo dal tedesco David
Muller nel 1611, San Bruno appare davanti a Ruggero addormentato
asciugandosi le lacrime con un fazzoletto tenuto nella mano sinistra e
benedicendo con la destra. Le lacrime si riferiscono al "Gran
Privilegio" in cui il conte Ruggero racconta l'apparizione avvenuta
nella sua tenda di "un vecchio d'aspetto venerando, con le vesti
lacerate e in lacrime che gli cadevano giù dirottamente". L'artista
tedesco, infatti, rappresentò San Bruno, anche a tutto tondo e a
grandezza naturale, in età avanzata nell'atto di tenere un libro con
entrambe le mani, mentre nello scannello scolpì a bassorilievo una grande
scena che comprende a destra l'apparizione e a sinistra la battaglia
davanti alle mura di Capua. L'esecuzione
é così minuta e nel contempo perfetta da stupire per la grande abilità
descrittiva dell'artista, notevole rappresentante del tardo rinascimento
tedesco. Il momento della morte, invece, raffigurato nelle
xilografie del 1524 che illustrano la vita del du Puy, viene descritto
secondo il racconto dello scrittore certosino con i confratelli raccolti
al capezzale del Santo. Bernardino
Poccetti nel 1591-1593 affrescò per la certosa di Firenze una
composizione molto vasta che nella parte centrale, al di sopra del
cataletto su cui è deposto il corpo del Santo, mostra l'anima che sale al
cielo portata dagli Angeli e in alto, in uno squarcio di nuvole, la figura
del Cristo. Tutt’intorno monaci ed altri personaggi in preghiera ne
onorano le spoglie. Nell'incisione di Lanfranco e Kruger e di Lesueur e
Chauveau, invece, San Bruno, sul letto di morte, riceve l'estrema unzione
dai confratelli in lacrime, mentre nel paliotto di bronzo dorato della
certosa calabrese, eseguito negli ultimi anni del secolo scorso dallo
scultore francese Poussielgue Rusand, San Bruno è disteso sul letto con
le mani giunte attorniato dai compagni. Nel paliotto marmoreo della
certosa di Farneta, scolpito dal serrese Giovanni Scrivo nel 1905, San
Bruno riceve l'estrema unzione dall'intera
comunità certosina sollevandosi sul letto di morte. Un altro tema iconografico ricorrente é
l’apoteosi: venne rappresentata nelle incisioni di Lanfranco e Kruger
e di Lesueur e Chauveau con la figura del Santo portato in cielo da
cherubini, mentre, nella Basilica romana di Santa Maria degli Angeli,
sulla volta della cappella dell'Epifania, il pittore Luigi Garzi, nei
primi anni del XVIII secolo, lo dipinse inginocchiato su una nuvola
sollevata dagli Angeli sorreggenti gli attributi iconografici più
consueti, il libro, il pastorale e la mitra e portato verso l'alto della
composizione dove viene accolto dal Cristo e dalla Vergine. Un
tema molto caro alla devozione popolare e agli artisti che hanno
contribuito ad arricchirne l'iconografia riguarda l'apparizione della
Vergine nel deserto della Torre. La tela dipinta da Simon Vouet nel 1620
per la certosa napoletana di San Martino offre, nel solco della più
autentica tradizione seicentesca, una bellissima scena con forti contrasti
di luci e di ombre: San Bruno che riceve un libro dal Bambino tra le
braccia della Madre. Per la certosa di Ferrara, invece, Giovan Francesco
Barbieri detto "il Guercino" dipinse nel 1620 San Bruno
inginocchiato davanti al trono su cui è seduta la Madonna con il Bambino
tra le braccia, in atto di baciargli la mano. Lo stesso tema venne
riproposto da Jusepe de Ribera detto "lo spagnoletto" nel 1634
in un quadro conservato nel Kunstammlungen di Weimar, da Paolo De Matteis
nel 1721 in una pala d'altare firmata e datata dipinta per la certosa di
Serra ed oggi conservata nella locale chiesa dell'Addolorata. Nel
1647 "il Guercino" ripropose il tema dell'apparizione di Maria a
San Bruno per la certosa di Bologna e nel 1650 Bartolomeo Flemalle arricchì
l'iconografia bruniana di un quadro conservato a Liegi raffigurante il
Certosino in estasi, con le mani giunte, volto verso un'apparizione
sovrannaturale. Philippe de Champaigne lo dipinse, invece, con i sei
compagni genuflessi davanti alla visione mistica della Vergine, del Cristo
e del Battista, protettore dell'Ordine. Un altro problema iconografico non ancora risolto
riguarda la presenza, accanto ai consueti attributi, di una fontana. La
troviamo, ad esempio, in un
quadro di Simon Marmion realizzato durante l'ottavo decennio del XV
secolo: potrebbe riferirsi all'identificazione di San Bruno con "il
fonte da cui scaturisce l'Ordine di certosa", e questa sembra,
infatti, l'interpretazione più attendibile. A Serra il Certosino è chiamato il Santo dell'acqua,
probabilmente a causa degli stretti legami con questo elemento naturale
nel corso della sua vita. Il primo rapporto con essa può essere riferito
al miracolo della fonte
sgorgata a Chartreuse in seguito alle sue preghiere. A
dimostrazione dell'incidenza nella fantasia degli artisti calabresi della
fonte sgorgata presso l’eremo della Torre bisogna notare, nel quadro
conservato nella chiesa dell'Assunta di Serra e nella sua riproduzione
ottocentesca per la chiesa di Santa Maria del Bosco, che in basso a
sinistra è stata dipinta l'acqua corrente e dietro la figura del Santo si
nota un ruscello. Le fonti di Chartreuse e della Torre furono fondamentali
per lo stanziamento delle comunità monastiche, che senza di esse non
avrebbero potuto vivere. Un'ulteriore
conferma al legame del Santo con l'acqua può essere ricercato
nella leggenda che vuole che dal suo sepolcro scaturisse un liquido
miracoloso che guariva gli infermi. Anche questo episodio fu riprodotto in
una incisione di Lanfranco e Kruger nel 1620 . Certamente la presenza
della fontana in molti quadri eseguiti in Francia o in Germania,
principalmente in ambiente coloniese, dove gli episodi legati alla vita
del Santo in Calabria non avevano eco, sono forse legati ad un altro
motivo ancora da scoprire. |
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