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Maestro Bruno, il "mondo" e l'uomo contemporaneo

Giuseppe Gioia

 

 

 

 

 Maestro Bruno, il "mondo" e l'uomo contemporaneo

  

Riuniti in un piccolo giardino, tre amici si ritrovano infiammati d'amore divino e decidono di "captare l'eterno": aeterna captare! La dimensione della trascendenza, così, irrompe ‑ contrassegnandola definitivamente ‑ nell'esistenza del celebre magister scholarum di Reims: Bruno, il padre dei certosini. Ma collocarsi all'interno dei sentieri della trascendenza non significa per maestro Bruno trascurare o, peggio, deprezzare tutto ciò che è altro da Dio.

Il fondatore dell'Ordine certosino mostra infatti di possedere un maturo senso della differenza tra la creatura e il creatore. E, a mio avviso, proprio in relazione alla differenza creaturale diviene possibile cogliere adeguatamente la prospettiva secondo la quale maestro Bruno considera il 'mondo'.

Tanto nella lettera a Rodolfo il Verde quanto in quella ai figli di Certosa, maestro Bruno avanza un fermo giudizio di condanna nei confronti del 'mondo': nella lunga lettera scritta all'amico, tale termine emerge esplicitamente per ben sette volte. Esso compare per la prima volta nel paragrafo 6, proprio per sottolineare il tipo di ricompensa donata da Dio ai contemplativi:

"Qui, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace  che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo”.

Questa precisazione bruniana prepara il giudizio negativo sulla gloria del mondo, espresso nel paragrafo successivo: se il cuore di Rodolfo facesse posto, anche per una sola volta, all'amore contemplativo, "subito quella seducente e carezzevole ingannatrice che è la gloria del mondo sarebbe per lui degna di disprezzo e le ricchezze che tanto inquietano e sono tanto pesanti per l'animo facilmente verrebbero da lui respinte, provando, altresì, ripugnanza per i piaceri, nocivi sia al corpo che allo spirito”.E questo giudizio negativo trova un preciso sviluppo nel paragrafo 8, attraverso la citazione prima di un passo tratto dalla prima Lettera di Giovanni e, subito dopo, di un passo della Lettera di Giacomo: "La tua saggezza conosce bene chi è colui che dice: Se uno ama il mondo e ciò che é nel mondo ‑ ovvero il piacere della carne, la concupiscenza degli occhi e l'ambizione ‑ l'amore del Padre non é in lui; ed inoltre: Chi vuol  essere amico di questo mondo si fa nemico di Dio".

E nel paragrafo 9 san Bruno può così dichiarare: "Che cosa pensi di fare, carissimo? Che cosa, se non credere ai consigli divini, credere alla verità che non può ingannare? Tutti, infatti, essa consiglia, quando dice: Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò.

Non è una pessima ed inutile fatica l'essere tormentati dalla concupiscenza, l'essere incessantemente afflitti da preoccupazioni e ansietà, da timore e dolore per le cose desiderate? Quale peso è più grave di quello che abbassa la mente dalla sublime altezza della sua dignità nell'infimità, e ciò contro ogni giustizia? Fuggi dunque, o fratello mio, tutte queste inquietudini e miserie, e passa dalla tempesta di questo mondo al riparo sicuro e quieto del porto". Infine, utilizzando per la settima volta il termine 'mondo', nel paragrafo 13 san Bruno torna a sollecitare l'amico ad attuare quella coraggiosa rinunzia, già decisa molti anni prima: "Certamente, mio diletto amico, ricordi come un giorno trovandoci insieme io, tu e Folco il Guercio, nel piccolo giardino adiacente alla casa di Adamo, dove allora ero ospitato, abbiamo parlato per qualche tempo, mi sembra, dei falsi piaceri e delle periture ricchezze di questo mondo ed anche delle gioie della gloria eterna. Allora, infiammati d'amore divino, promettemmo, facemmo voto e decidemmo di lasciare quanto prima le fugacità del secolo e captare ciò che è eterno, nonché di ricevere l'abito monastico". Non a caso, nella breve ma intensa lettera inviata ai propri figli spirituali di Francia, l'antico maestro di Reims li invita a gioire sottolineando esplicitamente il fatto che essi sono sfuggiti ai molteplici pericoli e naufragi di questo 'mondo': "Gioite, fratelli miei carissimi, per la felicità che avete avuto in sorte e per l'abbondanza della grazia di Dio verso di voi. Gioite, poiché siete sfuggiti ai molteplici pericoli e naufragi di questo mondo sballottato dalle onde. Gioite, poiché avete guadagnato il tranquillo e sicuro rifugio di un porto ben riparato, al quale molti desiderano arrivare ed a cui molti tendono con parecchi sforzi, e pur tuttavia non vi giungono. inoltre , molti, dopo averlo raggiunto, ne sono esclusi, poiché a nessuno di loro è stato concesso dall'alto". Ma utilizzando il termine 'mondo' san Bruno che cosa condanna? Un'attenta analisi dei testi bruniani fa comprendere come quella del padre della Certosa sia una prospettiva essenzialmente dinamica, una prospettiva che quindi tende ad esaltare ed al tempo stesso regolare la potenza di libertà dell'uomo. Il 'mondo' condannato da san Bruno non va considerato nell'ottica di un dualismo metafisico (di memoria platonica), come se si trattasse di una sorta di realtà in se stessa preesistente rispetto alla libera azione dell'uomo, ovvero di una realtà che per essenza si trova già in contrasto – perché inferiore ontologicamente ‑ con quella puramente divina. Né il 'mondo' al quale si riferisce maestro Bruno si identifica con la totalità del creato, con il cosiddetto 'cosmo' , come se questo fosse colpevole di non coincidere con il creatore e di recare il contrassegno della temporalità.

L'alterità dell'ambito creaturale rispetto al creatore non va considera come una 'mancanza' ma come una semplice situazione originaria. Da un punto di vista essenziale, la creatura non è il creatore; ma proprio perché essa è voluta ‑ per amore ‑ dal creatore, viene appunto chiamata dal nulla di se stessa (ex nihilo) all'essere: l'alterità non sminuisce l'essere della creatura.                                                           In questo senso condannare il 'mondo' non può, pertanto, significare disprezzare la creatura come tale, poiché ciò significherebbe disprezzare il principio originario di essa, ovvero Dio. Ma se il 'mondo' non coincide con la creatura, in che cosa dunque consiste? Specialmente sulla scorta dell'Evangelista Giovanni, al quale san Bruno ripetutamente si riferisce, il 'mondo' condannato nella lettera a Rodolfo e in quella alla Comunità di Certosa ha, in termini radicali, una consistenza dinamica: il 'mondo' nella sua radice, ovvero nella sua posizione originaria, coincide con L'atto di perversione del cuore de l'uomo, con un esercizio contraddittorio della libertà! Il mondo prende forma in forza di un atto libero ma colpevole.                E', poi, a partire da tale atto che, sempre più, il 'mondo' celebra il proprio vano e diffuso trionfo. In altri termini, solo quando ‑ sia contro le regole della 'ragione', sia contro la luce della rivelazione cristiana ‑ l'ambito creaturale viene amato piú del creatore, esso assume i mille volti del 'mondo'. Smarrire il senso della differenza creaturale significa, così, generare o far sempre più crescere il tempestoso oceano mondano. In una società nella quale la creatura è amata più del creatore, nella quale il perituro è ricercato più che l'eterno e il terreno più che il celeste, non può che trionfare il.. .'mondo' ! In verità, la logica dell'amore ordinato, individuabile nei testi bruniani, non prescrive in alcun modo di non amare la creatura, o anche di vanificare il perituro e il terreno.    Basta ricordare che l'uomo stesso è una creatura, ed una creatura che gode del singolare privilegio di essere a immagine e somiglianza di Dio: dunque chiamata alla divinizzazione. D'altronde, si deve       anche riconoscere che, pur fatto per captare l'eterno e il celeste, a nessun uomo è risparmiata la prova dell'esilio terreno, cioè la prova della faticosa milizia per il regno dei cieli. Prima di essere accolto stabilmente nella Chiesa trionfante, ogni uomo deve passare per la Chiesa militante! Considerata nella sua essenza, la logica dell'amore ordinato prospetta quindi in maniera organica il grande precetto dell'amore:

"Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". L'uomo, grazie alla capacità d'amore ricevuta da Dio, è chiamato ad amare rispettando il giusto ordine specialmente nei confronti dei tre termini degni della pienezza dell'intenzionalità amante: Dio, se stessi, il prossimo. Si tratta, dunque, di amare; ma di amare innanzi tutto e al di sopra di tutti e di tutto Dio! Nessun piccolo 'dio' sostitutivo può ragionevolmente prendere il posto del vero 'Dio'; ed è significativo che, tra gli 'dei' , san Bruno si soffermi in particolare a ricordare la ricchezza, la gloria, la concupiscenza, l'ambizione. Ma è chiaro che ciò implica l'amare anche 'se stessi' in Dio e per Dio: contrapporre se stessi a Dio, preferir‑si a Dio, considerarsi    più forti e più preziosi di Dio, riporre            tutta la propria consistenza nel semplicemente terreno (assolutizzandolo), è proprio in questa folle scelta che consiste il peccato; e, quindi, è essa ad  originare il 'mondo' come l'insieme di una realtà contrapposta ‑al divino, cioè una realtà non fondata sull'assoluto primato ontologico di Dio. D'altronde secondo la logica dell'amore ordinato non si può amare Dio senza amare, in Dio e per Dio, tutto ciò che Dio stesso ama; cioè non si tratta di amare solo se stessi in Dio e per Dio ma anche tutto ciò che Dio, specialmente attraverso il Verbo incarnato, mostra di amare in maniera infinita. E perciò si tratta di amare il prossimo come se stessi, ovvero sempre e solo secondo l'amore che Dio stesso è ed ha nei confronti di ciascun uomo, dal più illustre al più ignorato e maltrat­tato. Come non cogliere ad esempio l'amore, tutto permeato della dimensione divina, con il quale maestro Bruno si rivolge all'amico Rodolfo esortandolo alla piena fedeltà nei confronti di Dio? O anche quell'amore divino con il quale san Bruno si rivolgersi figli di Certosa, senza trascurare di esortarli ad essere premurosi nei confronti delle deboli condizioni di salute dell'amatissimo Landuino? Né la logica bruniana dell'amore ordinato risulta priva di una giustificazione intrinseca. Nella lettera a Rodolfo, il paragrafo che possiede il maggior rilievo concettuale è il sedicesimo; tale paragrafo prospetta, infatti, un notevole anche se sintetico movimento di pensiero, scandito dai quattro interrogativi che si susseguono:

"Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E cos'altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, cos'altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?"

E'   evidente come il discorso di maestro Bruno, avviatosi quale riflessione puramente filosofica sulla natura dell'uomo e sulla sua aspirazione al bene (primo interrogativo), si apra successivamente alla dimensione teologica (secondo interrogativo), per poi trapassare completamente in essa (terzo interrogativo) ed infine assumere  l’ardente slancio della dimensione mistica:      il desiderio della presenza divina (quarto interrogativo) .O Bonitas! E' , quindi, questa la suprema parola che sintetizza l'esperienza contemplativa del padre della Certosa, poiché è proprio l'infinita e incommensurabile Bontà divina a

sedurre il cuore e la mente di maestro Bruno: la Bonitas, e solo essa, costituisce il fondamento della scelta della pura vita contemplativa (in quanto è la Bonitas divina ad         accendere d'amore san Bruno, motivandolo psicologicamente). Ma è evidente che è proprio la Bonitas a              costituire il fondamento radicale della logica dell'amore ordinato: solo nell'amare innanzi tutto e al               di     sopra di         tutto il Bene–che-è-Dio l'uomo può ottenere la beatitudine alla quale tende. Con san Bruno potremmo dire:    in termini radicali, l'uomo è   desiderio‑di‑Dio.

Tutta la "divina filosofia" che il fondatore dei certosini apprende alla scuola del Verbo incarnato e sotto la guida dello Spirito Santo si esprime nella chiarezza concettuale e, ancor più, nella pratica esistenziale di un amore che si innalza verso Dio solo nella misura di una reale e totale rinunzia nei confronti di quel falso "dio"

interiore che è il "vecchio io" con tutte le sue forme di vanità. Solo chi per puro amore rinunzia a tutto (e specialmente a "se stesso") può ricevere il dono della beatitudine vera, quella che sorge sul terreno fecondo della pratica della divina filosofia. (…)

A distanza di ben nove secoli da quando san Bruno, insieme ai suoi primi sei compagni, ha avviato nella rigida e impervia regione del Delfinato quella straordinaria esperienza contemplativa che è la Certosa, l'uomo contemporaneo continua ad avere bisogno di testimoni che insegnino con la loro stessa esistenza incessantemente tesa verso la più intima unione a Dio le regole fondamentali della logica dell'amore ordinato. In altri termini, al di là delle diffuse prospettive culturali proprie di una riflessione filosofica che pretende d'essere assolutamente libera da qualunque riferimento al divino, resta pur sempre viva nell'uomo contemporaneo l'esigenza di "saper amare" e, quindi, l'esigenza di veder concretamente manifestata quella divina filosofia che è stata appresa e professata da san Bruno, così come oggi lo è dai suoi figli spirituali.

Anche per l'uomo contemporaneo guardare all'orizzonte della trascendenza significa, in definitiva, rendersi disponibile ad un modo di "essere" totalmente illuminato dalla soavità della presenza di un Dio che è assoluta e incommensurabile Bonitas! Se noi uomini di questo secolo che sta per concludere il secondo millennio d'esperienza cristiana, dopo il reiterato oscuramento dell'intelligenza e il diffuso inaridirsi del cuore nell'inutile deserto di ideali illusori, sapremo percepire la silenziosa ma luminosa testimonianza teologica offertaci dagli attuali figli di san Bruno, la speranza che il terzo millennio sia caratterizzato, più che dall'odio e dalla distruzione, dalla civiltà dell'amore, potrà divenire più che una semplice speranza.

(Il testo pubblicato, con alcuni tagli, è originariamente apparso in Analecta Cartusiana, 1993: 62/1)

 

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