Editoria

Ferventi d'amore divino

Tre amici si ritrovano, un giorno, a conversare in un piccolo giardino. Parlano di un argomento che tutti e tre hanno molto a cuore: i falsi piaceri e le ricchezze fuggevoli del mondo, le gioie che soltanto la gloria eterna può dare. I tre amici sono Bruno di Colonia, Rodolfo il Verde e Fulcuio il Monocolo, ed è proprio Bruno, a distanza di qualche anno, a richiamare l’episodio: “Ricordi, dunque, mio diletto amico, come un giorno trovandoci insieme io, tu e Fulcuio il Monocolo, nel piccolo giardino adiacente alla casa d’Adamo, dove allora ero ospitato, abbiamo parlato per qualche tempo, credo, dei falsi allettamenti e delle ricchezze periture di questo mondo e delle gioie della gloria eterna. Allora, ferventi d’amore divino, promettemmo, facemmo voto e

decidemmo di lasciare quanto prima i beni passeggeri del secolo per captare ciò che è eterno, nonché di ricevere l’abito monastico”. La vocazione eremitica di Bruno diventa esplicita in quell’occasione. La sua chiamata al deserto, a unirsi a Dio nella contemplazione e nella preghiera, avviene in un momento di comunione fraterna con due amici. Si tratta di una circostanza forse unica nella storia del monachesimo: Benedetto, il padre della vita cenobitica in Occidente, è solo quando decide di lasciare la città e gli studi per farsi monaco; la vocazione di Bruno alla vita solitaria, invece, è condivisa, fin dal primo momento, con altri, è un’autentica convocazione.

Il mistero della vita certosina è già tutto racchiuso in questo episodio fondamentale delle origini dell’Ordine. La Certosa è una comunità di solitari; nel deserto monastico gli eremiti si incontrano stabilendo vincoli reciproci di carità. La comunione che li unisce ha il suo fondamento in Dio solo, nella parola che Egli ha rivolto a ciascuno per chiamarlo nel deserto della Certosa. Il certosino, sulle orme di San Bruno, lascia il mondo, la sua vanità, la sua molteplicità, per cercare nel deserto il volto dell’Uno, ma la compagnia dei fratelli gli consente di fare l’esperienza di un Dio che è comunione, di penetrare nel mistero di Dio Trinità.

Ferventi d’amore divino costituisce un piccolo spiraglio che si apre sull’esperienza certosina, una testimonianza d’affetto filiale che i monaci indirizzano al proprio padre. Si tratta di meditazioni che un certosino ha condiviso con i suoi confratelli. In queste riflessioni, svolte nell’arco di un anno, il volto di Bruno si scopre poco a poco in occasione della celebrazione delle principali feste liturgiche. Fattosi povero di Cristo, Bruno si consacra totalmente alla preghiera, e questa mette in piena luce le ricchezze umane e spirituali del santo: un volto sempre in festa, un cuore di madre…

Certo alcune meditazioni non possono bastare per dire tutto su San Bruno. Questo sarà il dono più prezioso di queste pagine: non rinchiudere dentro qualche analisi esaustiva, ma aprire al mistero di una persona che, in Cristo, si rivolge a ciascuno di noi.

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