REPERTORIO ICONOGRAFICO

     

 

 

A. Claustro della Certosa di S. Bruno / B. Porzione in grande del Claustro,in cui si vede la mossa dell’erte nelle fenestre del second’ordine / C. Gugliette terminali nel prim’ordine della Facciata sconvolto dal moto vorticoso orizzontale

Incisione, cm. 29, 3 x 42,9

firmata Pompeo Schiantarelli (disegno) e Antonio Zaballi (incisione)   

in Michele Sarconi, Istoria de’ fenomeni del Tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783, Napoli, Presso Giuseppe Campo, 1784, lastra XXI

Collezione privata

Bibliografia:  Gritella 1991; Principe 1993; Carlino 2002.

L’opera di Michele Sarconi, segretario della Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere di Napoli, fu pubblicata l’anno successivo al grande sisma e corredata da un ricco atlante, che contiene anche le due celebri vedute della Certosa calabrese, disegnate da Pompeo Schiantarelli e incise da Antonio Zaballi, presentate in queste pagine. Il testo di Sarconi è una fonte di primaria importanza per conoscere lo stato del monastero all’indomani del terremoto, come si può vedere dal brano qui proposto nel quale l’autore si sofferma sul curioso fenomeno rotatorio che interessò le guglie terminali della facciata della chiesa, assurte ben presto ad emblema visivo del disastro: “In breve, alcune delle torri esteriori restarono o frante, o lese. La nuova cupola, il campanile, il gran chiostro de’ PP. Proccuratori, quello de’ conversi, e degli artieri, le magnifiche foresterie, la ricca spezieria, le basse officine, e tutte le opere cominciate dal principio del XVI secolo, e in progresso continuate, furono ove affatto ruinate, ove altamente magagnate, e ove discretamente lese. Vi sono ne’ due lati della nobile facciata della Chiesa due picciole guglie, composte a laminette, o siano pezzi contigui, e parallelamente connessi. Le laminette, che erano nel vertice delle gugliette, e che ne formavano al sommità, caddero, e or mancano nell’una, e nell’altra guglia. Considerando l’attuale posizione delle superstiti laminette, e cominciandone l’osservazione dalle basi delle gugliette,  e scorrendone coll’occhio tutta l’altezza, vi si vede un fenomeno degno di attenzione, il quale indica all’evidenza gli effetti di quel moto vorticoso orizzontale, con cui il tremoto agitò gli edifici”. Da definire nelle sue esatte dimensioni resta il problema del rapporto tra i danni provocati direttamente dal movimento tellurico, in parte riscontrabili anche nel brano di Sarconi sopra citato, e i danni causati dai successivi, ripetuti, interventi dell’uomo sia per asportare materiale da reimpiegare in altre costruzioni sia durante gli anni della ricostruzione di fine Ottocento del monastero. Un testo del sacerdote serrese Bruno Maria Tedeschi, tra l’altro all’origine della molto controversa questione palladiana, documenta in maniera netta la distruzione del chiostro ad opera degli uomini: “Quando non restò null’altro ad involare, si diede mano a rovesciare muri, archi, pilastri, colonne che furon risparmiati dal tremuoto, per trarre profitto dalle grosse spranghe di ferro, che servivan a sicurezza delle commessure. In tal modo venne distrutto il gran chiostro dei monaci claustrali, eseguito su disegno del Palladio: grandiosa costruzione quadrata con due ordini soprapposti di archi tutti di granito, adorni di colonne doriche, con in mezzo a ciascun arco una nicchia e in ciascuna nicchia una statua” (Tedeschi 1856-1857 a: 188). (Tonino Ceravolo)