REPERTORIO ICONOGRAFICO

     

 

 

Figura del Tumolo di S. Brunone eretto nella Chiesa dell'Eremo di S. Maria del Bosco in Calabria

Incisione, cm. 30,9 x 32,7

firmata Antonio Zaballi

in B. Tromby, Storia critico-cronologica diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano, Napoli, Vincenzo Orsino, vol. III, 1775

BCSSB

Bibliografia: Pisani D. e G. M. 2001; Pisani D. e G. M. 2002.

Il cosiddetto "tumulo di San Bruno", la lastra tombale, cioè, dietro la quale sono state riposte le ossa del Santo Patriarca dei certosini dopo il loro ritrovamento, è stato oggetto di continue dispute, tra gli studiosi, nel corso degli anni, in merito alla sua reale esistenza. È il Tromby (Tromby 1773 – 1779, vol. III , tavv. non numerate) a riportarne l'immagine, con la relativa didascalia, tra le stampe che corredano la sua monumentale opera: "Figura del Tumulo di S. Brunone eretto nella Chiesa dell'Eremo di S. Maria del Bosco in Calabria". In fondo alla stampa, a sinistra, si legge: "Ant. Zaballi Scul." Il complesso scultoreo non è mai stato ritrovato tra le rovine della chiesa di Santa Maria dell’Eremo dopo il terremoto del 1783. Tuttavia la didascalia in calce alla stampa indica che il "tumulo" è stato "eretto" nella suddetta chiesa, e l'uso del participio passato ne indica chiaramente l’esistenza ai tempi dell’autore della stampa, Antonio Zaballi (Benezit 1976, vol. VIII:  830.), nato a Firenze nel 1738 e morto a Napoli nel 1785. La lettura di un documento conservato presso l’Archivio Vaticano, Congr. Ep. Et Reg. Visite Apostoliche 21, conferma che il tumulo esisteva: si tratta del testo della visita apostolica di Mons. Andrea Perbenedetti, vescovo di Venosa, effettuata nel 1629 per incarico di papa Urbano VIII.  Il protocollo dell’alto prelato dal titolo Visitatio Ecclesiae sub titulo S. Mariae de Turre non lascia adito a fraintendimenti: il “tumulo” di San Bruno costituiva l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria della Torre: “Ipsum altare ornamento lapideo decenti inso [...] in eiusque medio intra aediculam constitutum est simulachrum Beatissimae Virginis coementitium coloribus distinctum, a destris simulachra sanctorum Ioannis Baptistae, Stephani et Rocci, a sinistris Sanctorum Hyeronimi, Brunonis et Bartholomei alii [aedi]culis in ipso orna­mento lapideo excavatis, distincte et ad industriam sunt disposi[ta] et e lapide excisa. Supraponuntur eisdem simu­lachriola Prophetarum et [Dei] Patris orbem lapideum in manu sustinentis et cancello ligneo iuxta morem religioso­rum altare occluditur. ” (A. Perbenedetti, 1629, cc.22r – 22v.). La descrizione è precisa e corrisponde perfettamente al disegno: al centro spicca la Vergine con il Bambino, a destra San Giovanni Battista con l’Agnus Dei, Santo Stefano che indossa la tunicella diaconale e sorregge con la mano sinistra la palma del martirio, e San Rocco che tiene un libro nella mano destra e con la sinistra solleva le vesti per mostrare la piaga sulla gamba; a sinistra, invece, i santi Girolamo, con il leone ai piedi, Bruno che tiene con la mano destra una piccola croce, Bartolomeo con in mano un coltello, simbolo del suo martirio e, al di sopra, i quattro profeti maggiori e Dio Padre che sostiene il mondo. Mons. Perbenedetti vide, dunque, il “Tumulo” nel 1629, pochi anni dopo la sua realizzazione. Secondo la “scala di palmi” riportata sul disegno di Antonio Zaballi, l’opera non era certo un paliotto d’altare bensì una sorta di retablo di cm 360 x 506, composto da 14 scomparti disposti in due ordini, con cornici architettoniche molto elaborate. Le statue, scolpite a tutto tondo, probabilmente in granito locale o steatite, avevano un’altezza di cm 105. (Domenico Pisani)