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Dom Jacques Dupont Bruno il santo delle Serre Perché celebrare l’anniversario della morte di Bruno ? Di solito la morte di un familiare o di un amico caro è piuttosto un avvenimento doloroso, che genera lutto e pianto. Invece il ricordo della morte di san Bruno ci rallegra ogni anno, e in modo particolare nel novecentesimo anniversario perché, lo sappiamo, si tratta in realtà di una nascita. Da sempre la Chiesa parla della morte dei santi come di un dies natalis, ossia del giorno della loro nascita. Morendo, essi sono nati alla vera vita, quella eterna, quella beata nel paradiso. La fede ci insegna che la morte non è un termine ma un transito, un passaggio, meglio ancora una pasqua vissuta insieme a Gesù Cristo. Pasqua è il nome con cui viene chiamata la morte di Gesù, perché egli è uscito vivo dal sepolcro e dalla tomba è salito al cielo presso suo Padre. Ma la risurrezione di Gesù riguarda anche tutti noi, poiché, risorgendo dai morti, Cristo ha distrutto per sempre la morte, nel senso che ha trasformato la nostra morte in una pasqua, vale a dire in un passaggio. Chi muore in Cristo passa con lui al Padre e alla vita eterna. La sua morte è un transito. È appunto ciò che avvenne per Bruno. Nella lettera che annuncia la dipartita del loro padre, gli eremiti di Santa Maria della Torre descrivono gli ultimi momenti di Bruno con delle espressioni tratte dal Vangelo. Difatti, come Gesù, Bruno sa che è “giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre”, perciò convoca i suoi fratelli per congedarsi da loro con parole di fede e di lode. Il racconto prosegue: “La domenica successiva, il 6 ottobre dell’anno del Signore 1101, quell’anima santa fu sciolta dalla carne”. È di grande significato che Bruno sia spento il giorno in cui la Chiesa commemora la risurrezione del Signore. Non si può parlare della morte di Bruno se non alla luce del mistero pasquale. Gerusalemme dove accadde la pasqua di Gesù è uno dei luoghi più sacri sulla terra; analogamente il posto in cui avvenne il transito di san Bruno è un luogo santo. All’anagrafe civile, ognuno di noi è conosciuto dalla data e dal luogo della nascita. Possiamo immaginare che nel cielo esiste anche un’anagrafe in cui i dati che contano sono quelli della nascita alla vita eterna. In questa anagrafe Bruno è nato il 6 ottobre 1101 a Serra San Bruno… un paese così chiamato appunto perché vi è capitato questo lieto evento. Si sa che il nostro paese ha le sue origini nella venuta di Bruno e nella Certosa che vi fondò. Ma è altrettanto vero e notevole che Bruno è diventato il grande santo che veneriamo con tanto affetto perché ha vissuto i suoi ultimi anni da queste parti. Il suo percorso umano e spirituale ha raggiunto il culmine nei boschi delle Serre di Calabria. Questa ultima tappa della sua vita ha portato a compimento un lungo e ricco itinerario, il cui volto esteriore non è che un pallido riflesso della dimensione interiore. Bruno è giunto a Santa Maria della Torre dopo un ampio e complesso viaggio che iniziò dal bacino del Reno, lo portò alla città primaziale di Francia, passò dalle austere vallate alpine prima di giungere al centro della cristianità e di scendere all’estremo meridione della penisola italiana. Ricco fu questo itinerario perché Bruno fu successivamente maestro tra i più grandi del suo tempo, rettore di una famosa scuola, canonico, per due volte candidato all’episcopato, eremita, consigliere del papa, padre e guida di due comunità di monaci. Ma questo percorso è innanzi tutto un pellegrinaggio esistenziale in cui i luoghi della vita assumono il significato di luoghi dello Spirito: Colonia, Reims, Sèche-Fontaine, la Chartreuse, Roma, Reggio Calabria, e, in fine, le Serre. Ad ogni tappa Bruno vive una forte esperienza di Dio nel contesto concreto della società e della chiesa; tuttavia solo nei boschi serresi egli raggiunge la pienezza della sua maturità spirituale. Erano tanti i fiori svariati e profumati che aveva raccolto lungo il suo cammino, ma mancava il giardino ricco e bello della Calabria per completare questa raccolta e comporre il mazzo che avrebbe offerto il giorno della sua nascita a Maria, sua madre celeste. Bruno è diventato san Bruno perché ha trovato in queste parti il terriccio favorevole che ha reso unico e splendente l’insieme delle sue qualità e delle sue virtù. È possibile precisare un po’ che cosa Bruno ha colto nelle Serre in modo da arricchire la sua vita umana e spirituale? Un testo molto antico afferma che Bruno si ritirò in un eremo della Calabria chiamato la Torre perché struggeva d’amore per la solitudine e la quiete perdute. Voleva ritrovare la solitudine di cui aveva nostalgia da quando aveva lasciato la Chartreuse per rispondere alla chiamata del Papa. Ma le Serre sono ben diverse delle Alpi, perciò l’esperienza eremitica che Bruno ha fatto in questi luoghi ha segnato il suo rapporto con Dio. Secondo uno sviluppo confermato dalla tradizione biblica, dal deserto come luogo di ascesi e di combattimento, si giunge al deserto come luogo d’incontro con lo Sposo. Il popolo d’Israele, uscendo dall’Egitto, attraversò il deserto durante quaranta anni prima di entrare nella Terra promessa: è stato un periodo difficile, con prove e tentazioni di ogni genere (fame, sete, voglia di tornare indietro, idolatria). Alcuni secoli dopo, Dio, volendo attirare a sé il popolo infedele, annuncia, per la bocca del profeta, che lo condurrà nel deserto per parlare al suo cuore e fare alleanza come tra marito e moglie. Il deserto non è più palestra o campo di lotta, ma sala di nozze e camera nuziale. Ritroviamo questi due aspetti nella vita di Gesù: trascorse quaranta giorni nel deserto affrontando Satana, ma spesso si ritirò nei luoghi appartati per pregare il Padre suo in un’intimità indicibile. Per Bruno avvenne un po’ lo stesso. Anche se, fin dall’inizio della sua vocazione, è l’amore bruciante che lo spinse a lasciare tutto per farsi eremita, tuttavia non è fuori luogo pensare che, mentre nell’austerità della Chartreuse egli conobbe piuttosto l’asprezza del deserto, nella solitudine delle Serre, invece, maturò la dimensione nuziale del deserto. Ascoltiamo Bruno stesso quando descrive la sua vita nell’eremo di Santa Maria della Torre: “Quante delizie procurano la solitudine e il silenzio dell’eremo a coloro che lo amano, soli coloro che ne hanno fatto l’esperienza lo sanno… Qui (cioè qui dove è sorto il nostro paese) qui l’occhio acquisisce quello sguardo semplice che ferisce d’amore lo Sposo e permette nella sua purezza di vedere Dio”. Bruno è un innamorato infiammato d’amore per il suo Dio. La prima esperienza che il mistico fa l’uomo spirituale è l’abisso che separa Dio dalla creatura, e questo si avverte di più nel deserto dove non c’è niente al di fuori di Dio e dell’eremita. Ma, nella preghiera continua, si capisce che questa distanza abissale non è l’ultima parola. Si può colmarla con l’amore e solo con l’amore. Quando due parenti sono costretti a vivere lontano l’uno dall’altro, per esempio uno a Serra e l’altro in Canada, soffrono della distanza che li separa, ma sanno che l’amore attraversa gli oceani e li riunisce in una comunione invisibile. La comunione con Dio che l’eremita cerca nel deserto non lo rende lontano dagli uomini. Anzi, la familiarità con il Dio dilata il cuore tanto da poter abbracciare il mondo intero. Va notato peraltro che Bruno non è mai stato solo nel suo eremo. Questa è una caratteristica unica nella storia del monachesimo. Ci sono molti eremiti, che vivono ritirati da soli in grotte o nei boschi; ci sono monasteri che riuniscono monaci cenobiti, ossia che condividono tutto durante la giornata. Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Bruno è un eremita vivendo in compagnia di fratelli. La sua è una solitudine fraterna: ognuno cerca Dio nel silenzio dell’eremo, ma insieme tutti formano una famiglia molto unita. A Sèche-Fontaine Bruno ha due compagni, alla Chartreuse sono sei, a Serra San Bruno molti fratelli condividono la sua solitudine. Ecco un altro aspetto della personalità di Bruno che le Serre calabresi hanno portato a compimento. Bruno sa che l’amore per Dio e l’amore fraterno vanno di pari passo, e perciò il cercare Dio solo nel deserto si armonizza con lo stabilire dei veri legami fraterni. D’altra parte sappiamo che Bruno aveva il carisma di suscitare l’amicizia con persone di ogni tipo. Accanto ai grandi, come il papa Urbano II, il conte Ruggero di Altavilla, ci sono gli uomini di varia provenienza che lo accompagnarono nella via monastica, tra i quali Lanuino con cui non fu mai diviso, neppure nella morte. Quando per Bruno si avvicina l’ora del suo transito, egli sente il bisogno di riunire i suoi fratelli per vivere un intenso momento di comunione. Mi sembra di poter discernere un’ ultima dimensione della santità di Bruno che fiorisce nei boschi serresi. Bruno è stato uno dei più grandi professori del suo tempo; tanti suoi allievi hanno elogiato la sua sapienza e la sua intelligenza. La sua fama di uomo dotto sapiente si è diffusa in tutta l’Europa. Di fronte a prelati indegni, Bruno era ricercato come il candidato ideale per occupare sedi arcivescovili non facili. Aveva anche tutto per far carriera nell’entourage del Papa, che lo stimava molto. Nondimeno Bruno scelse una strada semplice, lontano dalle luci del palcoscenico. Lasciò la cattedra dottorale e canonicale, rifiutò di divenire vescovo, fuggì la corte pontificale, e si ritirò in un luogo nascosto. Questa semplicità di Bruno è forse ciò che ce lo rende più vicino, più accessibile da altri santi troppo eminenti. Ma è qui, dove ci troviamo che questa semplicità diventò per lui così naturale come se fosse il suo abito monacale, perché tutto l’ambiente serrese respira la semplicità. Come definire questa qualità? Non è facile, perché non si può definire il semplice se non opponendolo al suo contrario. È semplice colui che non fa calcolo, che ignora la duplicità, il doppio linguaggio. È semplice la fede di colui che si affida totalmente a Dio come un bambino si getta nelle braccia del padre o della madre. Infatti il contemplativo si sente a suo agio in compagnia dei bambini, il cui sguardo è puro e trasparente. All’uno e agli altri vengono rivelati dei misteri che rimangono inaccessibili ai sapienti. Lo diceva Gesù stesso in una sua preghiera a Dio : “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te”. Bruno ha trovato in questa luogo il terreno appropriato per coltivare questa virtù così rara, così preziosa, così sconosciuta. Ma, si può anche dire, che Bruno ha lasciato questo tesoro in eredità a tutti quanti hanno la fortuna di vivere nel paese di Serra San Bruno : possiamo rispettare e salvaguardare questo dono ricevuto dal nostro padre e protettore. La semplicità è ciò che Bruno vuole ritrovare in noi perché è per mezzo di essa che potremo anche noi essere abbracciati da Gesù con speciale affetto. Bruno è giunto nei boschi serresi dopo un lungo e faticoso pellegrinaggio di circa sessanta anni; la perfetta corrispondenza tra la natura che lo circondava e la sua anima lo condusse alla cima della santità. Noi, che ricordiamo con tanta devozione la sua morte avvenuta nove secoli fa, dobbiamo convincerci che la santità alla quale siamo tutti chiamati si congiunge con la semplicità del bambino che si abbandona nelle mani di Dio nostro Padre e di Maria, nostra madre in cielo.
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