Storia della Certosa di Serra San Bruno (Tonino Ceravolo)
La guida del Museo della Certosa di Serra, riporta una breve sintesi della vita di San Bruno e una descrizione ambiente per ambiente delle sale del Museo.
Breve profilo storico - con qualche errore - sulla Certosa dalle sue origini agli inizi del XX secolo. Nel testo si possono trovare pure sintetiche notizie su alcuni aspetti del culto locale nei confronti di San Bruno (la processione della Pentecoste e i “certosinetti”) e si ricorda il suo ruolo di protettore nei confronti del paese di Serra.
Il testo del Barrio riporta un elenco di reliquie appartenenti al monastero. Tommaso Aceti, nelle sue aggiunte, richiama alcuni diplomi normanni e un “breve” papale indirizzati ai monaci della Certosa. Trascrive anche due iscrizioni presenti nella grotta e sul tumulo di San Bruno.
La grangia certosina di Giampilieri ha avuto nella storiografia locale la sola segnalazione del Lexicon Topographicum Siculum di Vito Amico. La stessa Platea cinquecentesca della Certosa non fornisce notizie utili, giacché le pagine relative sono state asportate. Una relazione del tardo Settecento conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli - e sintetizzata dall’autore - consente, tuttavia, di avere delle informazioni di prima mano su questa dipendenza certosina in Sicilia.
Dopo aver ricordato il “bellum diplomaticum” scaturito dalle donazioni normanniche in favore della Certosa di Calabria, l’autore esamina due diplomi di Ruggero II per S. Stefano emessi a Messina e datati 1129 e 5 novembre 1144. Da segnalare è, in particolare, l’analisi del diploma più antico, ritenuto un falso eseguito nella seconda metà del XII secolo soprattutto a causa del suo contenuto giuridico (vedi le pp. 209-211).
Notizie di carattere economico sulla grangia siciliana dei certosini.
Nel primo volume si ha un riepilogo della storia della Certosa, nel quadro della storia del paese di Serra San Bruno. Notizie anche su artisti e artigiani che hanno operato nella Certosa.
Accurato studio intorno ai dieci volumi della settecentesca Storia critico-cronologica diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano di Dom Benedetto Tromby. L’edizione napoletana a stampa del testo viene confrontata con l’esemplare manoscritto, mutilo del diciottesimo volume, conservato presso l’archivio della Certosa di Serra San Bruno. Importanti riferimenti alle fonti dell’opera di Tromby e alla “gerarchia dei diplomi normanni e pontifici della Certosa di Serra”.
Descrizione, con l’aggiunta di rapidi cenni storici, dell’archivio e della biblioteca della Certosa, con essenziali informazioni intorno ai fondi librari e archivistici che vi sono contenuti. L’autore evidenzia come “i valori o beni culturali che la Certosa di Serra conserva nella sua biblioteca, nel suo archivio e nella sua architettura, non sono ricordi storici o voci spente del passato ma l’eco di un organismo vivo che iniziò il suo curriculum ai giorni del fondatore san Bruno [...]” e “lo proseguì attraverso i secoli”.
La scarsità del materiale disponibile non consente di far piena luce su questa vicenda storica. Gli scambi epistolari e i rapporti tra il cardinale e la Certosa vengono ricostruiti sulla base del Regesto Vaticano di padre Russo e dei pochi cenni contenuti nelle Carte dei Capitoli Generali dell’Ordine Certosino.
Raccolta postuma di alcuni fondamentali scritti di Dom Caminada (L’Aja 1920 – Serra San Bruno 1996), archivista e bibliotecario per trent’anni della Certosa calabrese. Nel volume, che presenta gli scritti secondo l’ordine cronologico delle vicende del monastero, vengono affrontate diverse questioni nodali per la comprensione della storia certosina in Calabria. Si segnala, tra gli altri, il primo testo, dedicato alle origini di Serra San Bruno, in cui Dom Caminada riflette sui caratteri originari della fondazione certosina calabrese.
Contiene un breve richiamo ai diplomi normanni in favore dei certosini calabresi nel contesto del più generale problema dell’autenticità delle “carte” possedute dai monasteri. Le opere di Carlo Franchi, Francesco Vargas Macciucca e Dom Benedetto Tromby vengono ricordate come esempi di quelle “allegazioni dottissime” prodotte durante le controversie giurisdizionali del Settecento.
Nel profilo di Dom Silvio Badolato si richiamano gli incarichi ricoperti dal monaco in diverse Certose dell’Italia meridionale. Il Capialbi ricorda, peraltro, come durante il suo secondo priorato nella Certosa di S. Stefano (1573-1577) Dom Badolato abbia fatto costruire il Coro ed il Capitolo, perfezionando anche il Chiostro dei padri. Il ritratto che precede la biografia è di Stefano Colloca.
Dopo aver ricordato gli incarichi avuti dal Di Grano (1712-1777) nella Certosa di S. Stefano del Bosco, l’autore si sofferma, in particolare, sulle sue qualità di “buon poeta latino, ed italiano”, evidenziandone, in questo contesto, l’amicizia con Dom Stefano Manfredi. Il ritratto del certosino è di Emanuele Paparo.
Dom Nicolò Ricci, originario di Taverna, fu monaco nella Certosa di S. Stefano del Bosco, nella quale morì il 13 febbraio 1592. Il Capialbi ne mette in risalto soprattutto il profilo intellettuale, ricordando le opere composte dal certosino, due delle quali (un Opusculum de vita, ac clarioribus miraculis Santi (sic) Brunonis e un De viris illustribus dell’ordine certosino) conservate manoscritte presso la raccolta privata dell’autore. La biografia è accompagnata da un ritratto del monaco disegnato da Vincenzo Capialbi e inciso da Morghen.
Vita e opere di Dom Benedetto Tromby (1710-1788), autore, tra l’altro, della monumentale Storia critico-cronologica diplomatica del patriarca S. Brunone e del suo Ordine Cartusiano. A conclusione del profilo il Capialbi osserva: “Molte altre produzioni mss. lasciò il Tromby, che passate in mano di accorte persone, se ne servono forse con loro non poco vantaggio”. Il ritratto di Tromby è firmato con il solo nome dell’incisore C. Biondi.
L’autore traccia un veloce excursus sulla biblioteca della Certosa dispersa in seguito al terremoto del 1783, con un richiamo sull’importante ruolo avuto da Dom Benedetto Tromby nella formazione del patrimonio librario del monastero. Di grande interesse, soprattutto, l’elenco finale (pp. 102-103) in cui sono descritti alcuni manoscritti appartenuti al “famoso Cenobio” di Serra, ma poi giunti in possesso del Capialbi e conservati nella sua “domestica libreria”.
Alle pp. 152-157 pubblica due pergamene, “ex domestica bibliotheca”, datate 1223 e 1226 e concernenti il monastero di S. Stefano del Bosco, all’epoca dei due documenti appartenente all’Ordine cistercense.
Nella lettera “all’abate Antonio Lombardi 1° bibliotecario del serenissimo duca di Modena” l’autore fornisce una descrizione della Storia critico-cronologica diplomatica del Patriarca S. Brunone e del suo ordine Cartusiano, inserendo pure i riferimenti alle incisioni che vi sono contenute. Nelle pagine finali trascrive il testo dell’iscrizione sepolcrale del Tromby, l’annotazione del suo trapasso nel libro dei morti della parrocchia monteleonese dello Spirito Santo e la memoria sull’erudito certosino di Emanuele Campolongo.
“Teatro cronologico” della Certosa di Serra dal 1721 al 1844, in cui viene riportata la serie dei priori anche con notizie essenziali sulla loro vita. Non mancano altre importanti notizie quali l’elezione di San Bruno, nel 1753, a protettore di Serra, Spadola, Bivongi, Montauro, Gasperina e Montepaone o quella relativa al ruolo avuto da Dom Giuseppe Maria Caputo nella diffusione del culto bruniano presso la chiesa di S. Maria del Bosco, con la collocazione della statua marmorea del santo e dell’epigrafe latina nella grotta prospiciente la chiesa. Sono pure richiamate alcune importanti vicende che riguardarono la Certosa calabrese agli inizi del XIX secolo, come la prima presa di possesso della Certosa - dopo la soppressione bonapartista - avvenuta nel 1840 e conclusasi senza risultati duraturi quattro anni più tardi.
Notizie sulla grangia di Rocca di Neto appartenuta alla Certosa.
Analizza i rapporti esistenti nel territorio feudale della Certosa sulla base della Platea di Carlo V (pp. 49-64). La “persistenza” di prestazioni servili degli abitanti di Serra e Spadola nei confronti della Certosa durante il XVI secolo viene giudicata dall’autore un anacronismo, sia in relazione alle diverse condizioni dell’intera Calabria sia all’interno dello stesso “comprensorio bruniano”, dove paesi quali Bivongi, Gasperina, Montauro e Montepaone “non erano più soggetti ad alcuna angaria”. “Dall’esame complessivo della platea - è il giudizio finale di Caridi - ciò che sembra pertanto delinearsi abbastanza chiaramente è il ruolo frenante a livello socio-economico svolto dalla Certosa di S. Stefano del Bosco nel suo comprensorio feudale”.
Il saggio si segnala, soprattutto, per la traduzione del testo del Despuig, in cui è riportata una sintetica notizia sulla Certosa dopo il terremoto settecentesco, interessante perché segnala la gioia dei monaci per aver salvato le reliquie di San Bruno, custodite in una baracca dove era stato costruito un altare.
Nel volume sono riportate diverse vedute riguardanti la Certosa e due carte topografiche del territorio certosino (tra esse le due immagini contenute nell’Atlante della Istoria di Michele Sarconi e una scelta dei disegni di Horace Rilliet). Nel commento alla tavola Rovine della Certosa di S. Bruno (scheda n. 37, p. 94) non si riesce a capire a quali “elementi che saranno stravolti definitivamente con la ricostruzione avviata su progetto dall’architetto dell’Ordine Certosino Francesco Pichat” si riferisca l’autore. Occorre, d’altra parte, segnalare come la chiesa raffigurata dal Rilliet non sia quella di San Biagio (cfr. scheda n. 42, p. 99), bensì quella di San Giovanni Battista (oggi dell’Assunta di Terravecchia), peraltro “legata” alla storia della Certosa.
Il volume riproduce, tra le numerose altre, anche alcune vedute che riguardano la storia della Certosa: la veduta a volo d’uccello della Certosa prima del terremoto (p. 114), contenuta nel nono volume della Storia del Tromby (pubblicato nel 1779), che non è, tuttavia, come sostiene l’autore, “la prima testimonianza visiva” del monastero. Infatti, una testimonianza certamente anteriore si trova, per esempio, proprio nel manoscritto del Tromby e altre testimonianze sono presenti nella stessa edizione a stampa nei volumi uno (datato 1773) e due (datato 1775); le due vedute della Certosa post-terremoto (pp. 144-145) dovute alla coppia Schiantarelli (per il disegno) e Zaballi (per l’incisione) inserite nell’Atlante dell’Istoria de’ fenomeni del Tremoto... di Michele Sarconi (1784); la tempera attribuita a Luigi Del Giudice (p. 213) con La festa di S. Bruno a Serra.
Rilevante, per la storia della Certosa calabrese, soprattutto l’Introduzione, nella quale l’autore si sofferma sull’archivio del monastero in quanto in esso è custodita parte delle carte appartenute alla Certosa di Padula.
Rassegna bibliografica degli studi usciti nel quadriennio 1999-2002.
Non è del tutto agevole comprendere fino in fondo le motivazioni che hanno condotto Bruno di Colonia sulla strada di una radicale scelta eremitica. La risposta più autentica è possibile reperirla nella Lettera a Rodolfo il Verde, scritta da San Bruno durante il suo soggiorno calabrese. Nonostante le parole di Bruno, una lunga tradizione agiografica elaborerà il topos del “dottor dannato” come causa della fuga mundi bruniana e la stessa critica storica la spiegherà con ragioni talvolta contrapposte. Rimane, tuttavia, indiscutibile la purezza dell’ideale ascetico del santo, mirabilmente espresso, tra l’altro, dal “rotolo dei morti” a cui rimase consegnato il giudizio che ebbero di Bruno i suoi contemporanei.
Il catalogo si compone di tre parti. Il testo iniziale (Tonino Ceravolo, “Come cibo delle anime nostre”. Libri e manoscritti nella storia della Certosa calabrese) ripercorre le vicende della biblioteca e dell’archivio della Certosa, soffermandosi, soprattutto, sulla dispersione del patrimonio cartaceo in seguito al terremoto del 1783 e sulla ricostituzione dei fondi librari a partire dalla metà del XIX secolo. Il secondo testo (Nota ai documenti in mostra) illustra il percorso espositivo prescelto e ne motiva i criteri ispiratori. Nel testo conclusivo - dovuto a Fabio Tassone - si presentano le schede sulle opere bibliografiche e archivistiche inserite nella mostra, tra le quali si segnala, in particolare, l’accuratissima scheda sui dieci volumi della Storia critico-cronologica di Dom Benedetto Tromby.
Dopo una breve ricostruzione della storia della Certosa nel XIX secolo - epoca che vide coinvolta in numerose vicissitudini la casa bruniana calabrese e che culminò nella sua definitiva “riapertura” negli ultimi anni del secolo - viene dato un sintetico ragguaglio delle diverse tipologie di fonti utili per una compiuta storia del monastero nel periodo in esame. Sono pure riportate essenziali notizie su alcune cronache manoscritte conservate nell’archivio della Certosa.
Nella ricostruzione delle vicende storiche della confraternita viene dedicato uno spazio (pp. 54-57) ad una lite tra i confratelli dell’Addolorata e quelli dell’Assunta di Spinetto, scaturita in occasione della Pentecoste del 1899 durante la processione del busto reliquiario di San Bruno.
Analisi delle prescrizioni alimentari previste dalla regola certosina. Vengono riportate anche notizie tratte dal De vita sua di Guiberto di Nogent e dal De miraculis di Pietro il Venerabile.
Analisi di un reperto di archeologia industriale anticamente di proprietà certosina. Sulla base di una documentazione storica e iconografica vengono brevemente ricostruite alcune vicende delle segherie certosine e si seguono, in particolare, le trasformazioni architettoniche di una di queste (la “serra dei monaci”) giunta, ai nostri giorni e dopo il mutamento di proprietà, ad uno stato di totale abbandono.
Analisi storico-antropologica dello specifico carattere agiografico che pone San Bruno come il guaritore degli ossessi. Vengono ricostruite le origini di questa credenza, documentata per la prima volta nel 1522, in connessione con l’evoluzione agiografica della figura di San Bruno, all’inizio considerato modello puro dell’eremita e successivamente diventato, nell’ambiente calabrese, anche santo taumaturgo e protettore. L’autore si sofferma, in particolare, sul periodo seguito alla beatificazione e alla canonizzazione del santo tra XVI e XVII secolo, documentando le leggende agiografiche sorte in quell’epoca, rintracciandone i riflessi iconografici e studiando i riti di guarigione degli ossessi (in calabrese spirdati) nel contesto della più ampia storia certosina. Il rito di guarigione viene ulteriormente analizzato, anche sulla base di fonti etnografiche e di fonti archivistiche inedite, sino agli inizi del XX secolo tramite un’indagine, di taglio antropologico, sui suoi elementi caratteristici (il bosco, l’acqua, la grotta) e sul contesto delle credenze relative al ritorno dei morti e alla Pentecoste nell’ambiente meridionale. Vengono per la prima volta pubblicati, in versione integrale, importanti documenti sul culto di San Bruno in Calabria, tra i quali si segnalano quelli relativi ad una ricognizione delle reliquie del santo di inizio Novecento e una raccolta agiografica sul rito di guarigione degli spirdati.
Analisi di una novella dello scrittore calabrese Misasi. Si evidenzia l’inverosimiglianza dell’ambientazione storica e la debolezza dell’impianto narrativo del racconto.
Ricostruzione delle vicende dell’archivio certosino, con riferimento ai suoi diversi fondi e con segnalazione di alcuni importanti manoscritti che vi sono conservati.
Sulla scorta delle fonti diplomatiche e agiografiche, l’autore traccia un profilo dei rapporti tra San Bruno e il Gran Conte normanno che donò al santo il territorio su cui edificare la sua fondazione monastica.
Il paesaggio delle Serre trova la prima descrizione nella Lettera a Rodolfo di San Bruno, che ne parla usando l’immagine-paradigma del deserto. Altri riferimenti alla Certosa si trovano nelle citazioni, riportate dall’autore, tratte da Domenico Grimaldi e Norman Douglas.
L’autore si concentra, in particolare, sulla storia della biblioteca della Certosa successiva al terremoto del 1783, ricostruendo le vicende della sua dispersione e ricostituzione senza mancare di presentare una rapida sintesi sullo stato attuale delle raccolte librarie.
Nel contesto di una ricostruzione storica del ruolo dei digiuni monastici all’interno delle pratiche ascetiche, una parte dell’analisi è indirizzata al monachesimo certosino in Calabria, utilizzando, come fonte principale, gli Statuti di Lamberto di Borgogna.
Nell’analisi del tema viene dedicato uno spazio significativo al ruolo avuto dall’acqua, nel culto di San Bruno, come elemento di liberazione degli ossessi.
Dopo la soppressione della Certosa di San Lorenzo in Padula parte del suo fondo archivistico è giunto nella Certosa di Calabria, dove tuttora si conserva. Nel saggio si traccia un sintetico excursus delle relazioni intercorse nei secoli tra le due Certose, con specifica attenzione alle vicende dei documenti dell’archivio padulese.
Analisi di alcuni diplomi normanni in favore di San Bruno dei quali viene contestata l’autenticità. L’autore evidenzia alcune anomalie della tradizione diplomatica, rilevando, per esempio, come in un diploma ruggeriano del 1094 compaia l’appellativo di “beato” che, riferito al santo quando ancora era vivente, è indizio sufficiente per mostrare come l’atto sia stato “fabbricato” posteriormente alla morte di Bruno. Anche il famoso Privilegium magnum del 1098, contenente l’episodio dell’apparizione in sogno di San Bruno a Ruggero d’Altavilla durante l’assedio di Capua, è fortemente sospettato di essere un falso già per il fatto stesso che il suo contenuto riporta avvenimenti all’insegna del prodigioso. Dal punto di vista diplomatico vengono, altresì, rilevate altre incongruenze: la doppia datazione del documento (1098 dopo l’invocazione, 1099 verso la fine), l’ineguale altezza delle lettere dell’invocazione, l’analogia tra la scrittura del Privilegium magnum e quella di un documento falso datato 1102.
È il più importante risultato edito delle ricerche di Dom Maurice Laporte su San Bruno. Il testo contiene i criteri dell’edizione delle Lettere e della Confessio fidei - con puntuali riferimenti alla loro tradizione manoscritta - e traccia un accurato profilo della fisionomia spirituale del santo e della sua vita. Del periodo calabrese vengono evidenziati i legami con Ruggero il Gran Conte - che favorisce il monachesimo latino - e si sottolinea la fedeltà di Bruno agli ideali eremitici originari. Ad occuparsi dell’amministrazione dei beni temporali donati dai Normanni sarà, in realtà, il procuratore Lanuino. A tal proposito è il caso di considerare - dopo le polemiche del XVIII secolo - con maggiore prudenza e imparzialità la questione dell’autenticità dei diplomi di donazione, pur se bisogna ricordare che uno dei più famosi - il Privilegium magnum - deve senza dubbio ritenersi apocrifo.
Numerosi riferimenti, sparsi nel testo, alla Certosa di Serra. Si sofferma più diffusamente sull’originaria fondazione dell’XI secolo (p. 54 sgg.) e sulle vicende comprese tra l’anno del terremoto e metà Ottocento (p. 110 sgg.).
Excursus sulla storia di Serra - dall’arrivo di San Bruno fino al XIX secolo - in cui vengono citati alla rinfusa documenti e raccontati episodi senza alcun controllo critico del materiale proposto.
Il testo di Benedetto Croce riguarda indirettamente la storia della Certosa. In esso, infatti, si analizza la Colonne mobile en Calabre dans l’année 1852 di Horace de Rilliet nella quale diverse pagine, con interessanti illustrazioni, sono dedicate a Serra e alla Certosa. Proprio da queste pagine il Croce riporta alcune lunghe citazioni testuali.
Contieni due rapidi cenni al sarcofago di Ruggero I (p. 10), prima del terremoto settecentesco conservato nella Certosa, e alla leggenda agiografica dell’abete inginocchiato nell’imitazione delle penitenze di San Bruno (p. 52).
Vengono richiamati i diplomi normanni di concessione in favore della Certosa emessi tra 1090 e 1135. Da essi si può ricavare “agevolmente” - secondo l’autore - la loro politica, che mirava ad ingraziarsi gli uomini di Chiesa “[...] i quali potevano favorevolmente influire sulle popolazioni e renderle ubbidienti ai dominatori stranieri”.
Nel XVIII secolo si sviluppò una controversia tra l’università di Stilo e la Certosa di S. Stefano del Bosco, la quale possedeva per donazione normanna i territori di Pruppà, San Leonte e Pannara e sosteneva che i cittadini di Stilo non avevano diritto “di pascolare, di allegnare e di adacquare” in questo territorio. Una memoria manoscritta di Raimondo Castagna, avvocato degli stilesi, consente di venire a conoscenza dei termini di tale contesa, che si concluse il 6 gennaio 1754 con una transazione tra le parti (pp. 283-289). Viene anche richiamata (pp. 290-292) la controversia riguardo al suolo su cui erano stati costruiti convento e chiesa dei domenicani, pur esso rivendicato dai certosini serresi.
Fatta eccezione per la dedica a Ernesto Pontieri, l’articolo costituisce la ristampa integrale - non richiamata come tale - del precedente lavoro apparso su “Brutium” (anno XLI, n. 4, ottobre-dicembre 1962).
Un intero paragrafo (p. 84 sgg.) è dedicato alla grangia di Mutari che appartenne alla Certosa.
San Bruno accolse l’invito di Urbano II a venire in Italia essenzialmente per due ragioni: “l’amicizia confidenziale e il desiderio del papa al quale non poteva disubbidire, e le sue capacità intellettuali e di equilibrio che non poteva egli stesso ignorare e sottrarre alla Chiesa in un momento così difficile”. Stabilire, comunque, con esattezza quando Bruno sia arrivato la prima volta in Italia non è possibile, giacché del suo soggiorno presso la Curia pontificia non resta traccia nella documentazione coeva. L’importanza del santo per Urbano II non può, però, essere posta in discussione se il papa “[...] lo trattenne in Calabria per continuare ad averlo vicino referente spirituale”. Di là dalle leggende agiografiche che intorno alla figura di Bruno sono state elaborate e dei suoi “reali rapporti” con Urbano II e con Ruggero il Normanno, rimane il fatto che egli “produsse nella coscienza e nell’immaginario collettivo forti suggestioni che l’avrebbero consegnato alla tradizione e alla storia avvolto da un alone di santità”.
Sulla base della fondamentale Istoria de’ fenomeni del Tremoto... di Michele Sarconi (1784) vengono ricostruite le vicende dei paesi calabresi sconvolti dal sisma settecentesco (per la Certosa cfr. p. 119).
Ad un rapido excursus storico - nel quale si sostiene che l’Eremo di Santa Maria della Torre divenne nel corso dei secoli “un punto di riferimento costante per le numerose certose che ben presto si diffusero su tutto il continente” - fa seguito la sintesi degli atti della Visita che Mons. Andrea Perbenedetti effettuò nel 1629 nel territorio soggetto alla giurisdizione della Certosa. Di tali atti l’autore riporta essenzialmente le parti relative alla descrizione della Certosa e pubblica in Appendice un loro frammento, nell’originale latino, riguardante la chiesa di S. Maria, in cui si richiama, tra l’altro, il topos agiografico della penitenza di San Bruno in acqua fredda.
Il volume raccoglie una serie di studi - già editi separatamente - sulla Certosa calabrese, qui proposti unitariamente quasi a tracciare un discorso in continuum. Da segnalare è il capitolo secondo, nel quale, oltre a ripercorrere le circostanze che condussero al ripristino dell’osservanza certosina in Calabria agli albori del XVI secolo, viene pubblicata l’edizione critica della Genealogia circa primordia Gentis Carthusiae di Dom Costanzo De Rigetis, composta nei frangenti di quel ripristino. Difficilmente si può esagerare il valore della Genealogia per la storia del monastero di Serra San Bruno, giacché in essa il De Rigetis non si limitò a descrivere le circostanze essenziali della “recuperazione”, ma riportò numerose “scritture” (bolle papali, privilegi reali, “consuetudini” monastiche, ecc.) i cui originali andarono dispersi nei decenni successivi al terremoto del 1783. Di seguito viene data l’edizione di un anonimo Chronicon Cartusiae Calabriae (pp. 105-129), prezioso per le notizie che fornisce riguardo al culto bruniano, soprattutto sul versante dei prodigi compiuti dal santo post-mortem. Il quadro dei capitoli specificamente dedicati alla Certosa di Serra San Bruno si arricchisce ulteriormente con una rapida sintesi sulla cronotassi dei “maestri dell’eremo” della Torre (pp. 99-102) - ridefinita grazie agli atti greci della Calabria medievale - e con un breve contributo sul culto dei santi e delle reliquie, che rappresenta un interessante tentativo di concentrare lo sguardo storico non solo sulle vicende “istituzionali”, ma pure sugli aspetti della pietà e della devozione popolare. Significative sono anche le appendici al capitolo sulle abbazie cistercensi di Basilicata e Calabria dove è possibile leggere due brevi documenti che contengono notizie sulla Certosa serrese. Interessanti anche alcuni aspetti del volume per quel che riguarda la storia artistica della Certosa. Il libro riporta, per esempio, il miracolo di San Bruno che salvò la vita, nell’anno 1609, allo scultore tedesco David Müller, chiamato nel testo latino David Brandeburgensis. In ricordo dell’avvenimento l’artista eresse un sacello all’interno della chiesa. L’episodio, narrato da Dom Urbano Fiorenza da Badolato nel manoscritto Enarratio residuae vitae S. Patriarche Brunonis quam gessit in Calabria post recessum a romana curia è una importante conferma della presenza in Calabria dello scultore. Il volume del De Leo riporta, inoltre, a pag. 144, un manoscritto del XVIII secolo, conservato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara (ms. 548, f. 120r cap. XXXXIIII), dove si parla della processione delle reliquie di Santo Stefano e San Bruno contenute rispettivamente in un braccio e in un busto d’argento, nel lunedì di Pentecoste. In un secondo manoscritto (ms. classe I, n. 548, sec. XVII, cc 113v – 115v), che ha identica collocazione, pubblicato a pag. 216, viene riportata una breve ma interessante descrizione del monastero di S. Stefano del Bosco. Si comprende da queste righe la grandezza dei corpi di fabbrica e la ricchezza delle decorazioni. Il volume è illustrato da tavole fuori testo. (t. c.- d. p.).
Spadola, “almeno come toponimo”, esisteva già negli anni in cui giunse in Calabria Bruno di Colonia per edificare la sua seconda Certosa. La storia del paese tra i secoli XI e XVII, nell’ambito del tenimentum bruniano, viene tracciata esaminando fondamentali, per quanto rari, documenti come la Platea di Carlo V.
Edizione critica della Platea di S. Stefano redatta nel 1533-1534, negli anni successivi al ripristino della Certosa bruniana nelle Serre calabresi. La trascrizione del testo era già stata resa pubblica in una tesi di laurea di Lucia Longo e Maria Teresa Salerno discussa presso l’Università della Calabria e parzialmente edita, nel 1996, dalla sola Longo. Si segnalano, per la loro utilità, gli accurati indici onomastici, toponomastici e degli agiotoponimi posti alla fine dei due volumi.
Il volume ricostruisce “virtualmente”, poiché gli originali sono andati quasi completamente dispersi dopo il terremoto del 1783, l’antica biblioteca della Certosa di Serra San Bruno sulla base di un inventario manoscritto dei libri del monastero e delle sue dipendenze conservato presso la Biblioteca Vaticana.
Contiene un riferimento alla tradizione manoscritta della Certosa di S. Stefano del Bosco nel quadro dell’analisi dei caratteri dei documenti normanni all’epoca di Ruggero I.
Il volume, aperto da un’introduzione della curatrice, si segnala per la pubblicazione in italiano di importanti fonti relative alle origini dell’Ordine certosino. Limitatamente alla fondazione calabrese vi trovano posto diplomi normanni e bolle papali, le consuetudini di Lamberto – terzo magister dell’eremo della Torre – gli epitaffi apposti sul tumulo di San Bruno. Viene inserita anche la traduzione integrale dei Titoli funebri raccolti da un “rolligero” dopo la morte del santo.
Diversi riferimenti a San Bruno e alla Certosa di Serra. Si segnalano un brevissimo profilo di Bruno e Lanuino (p. 247); il racconto delle virtù prodigiose delle due statue (il busto argenteo e la statua in pietra nel lago) del santo (pp. 258-259); un intero capitolo dedicato alla “religione cartusiana” (pp. 395-399) sulla base del Prospectus di Camillo Tutini, in cui è presente una cronotassi - non esente da errori - dei priori e degli abati del monastero dalle origini al 1742.
Brevi riflessioni sui caratteri dell’esperienza certosina in Calabria, nel quadro della crisi del cenobitismo. Sulla scia di Raoul Manselli l’autore evidenzia, inoltre, come nell’accentuazione bruniana della specificità eremitica fossero anche presenti motivazioni di carattere esistenziale.
Storia di Serra e della Certosa, il libro ripercorre le vicende di entrambe attraverso i loro momenti maggiormente significativi. Importanti i riferimenti - culturali, ma anche di “cronaca” - contenuti nei capitoli dedicati alle vicende dell’ultimo secolo. Si segnala una efficace descrizione della festa di Pentecoste e dei riti locali associati al culto di San Bruno (pp. 187-189, 193-195).
Nel corso dei secoli la Certosa bruniana ha costituito un irresistibile richiamo spirituale e culturale per moltissimi - e spesso molto noti - viaggiatori. Il testo ricostruisce le impressioni che questi ne trassero, dai “classici” Barrio, Marafioti e Pacichelli ai moderni Norman Douglas e Corrado Alvaro.
Le origini e gli sviluppi dei falsi giornalistici che hanno indicato, senza alcuna base documentale, la presenza nella Certosa di Serra del pilota che sganciò la bomba su Hiroshima e dello scienziato scomparso Ettore Majorana.
Giovanni Boccaccio scrisse una lettera a Niccolò da Montefalcone per rimproverarlo di non averlo condotto con sé a S. Stefano del Bosco, all’epoca monastero cistercense. Nella lettera, riportata in traduzione italiana a conclusione dell’articolo, è contenuto un breve passaggio in cui Boccaccio si sofferma sulla “solitudine amena” del luogo.
Nel contesto di una più generale analisi del tema in parola non mancano richiami all’esperienza calabrese di San Bruno (un esempio alle pp. 64-68).
Contiene un sintetico riferimento agli effetti del terremoto del 1783 nella Certosa.
Diversi e articolati riferimenti ai rapporti tra la Certosa di Padula, dopo la sua soppressione, e la Certosa di Serra San Bruno. In particolare per quanto riguarda l’archivio (p. 25 sgg.), le opere d’arte (p. 32 sgg.) e i libri (p. 63 sgg.).
Il libro vuole proporre, essenzialmente, uno “studio fotografico” delle fabbriche certosine antiche e nuove. Le illustrazioni sono precedute da una premessa nella quale si traccia un’agile storia dell’insediamento certosino in Calabria, introdotta dall’osservazione che “purtroppo non esiste ancora una vera storia della Certosa di Serra San Bruno, che sia conforme alle norme di una moderna storiografia scientifica”.
Bibliografia della Certosa calabrese alle pp. 63-65. Segue una sintetica storia del monastero dalle origini al 1840 e una breve annotazione sulle vicende dell’archivio. Vengono, infine, riportati in transunto i documenti pontifici riguardanti il primo secolo di vita certosina in Calabria.
Importante fonte documentaria sul XIX secolo a Serra San Bruno. Il testo riporta la “cronaca” composta da due sacerdoti serresi - Don Domenico Pisani e Don Domenico Rachiele - per narrare gli avvenimenti che coinvolsero in quell’epoca la loro chiesa (la parrocchia di S. Biagio) e il paese. Moltissime le notizie relative alla storia della Certosa, tra le quali, di particolare interesse, quelle concernenti la storia artistica. Segnaliamo alle pagine 68 e 69 le notizie sul grande reliquario, oggi custodito nella cappella delle reliquie della chiesa matrice e ivi trasferito “diruto e infranto” dalla certosa. Inoltre, a pagina 71, si trovano le citazioni di alcuni quadri di identica provenienza, quali “La Trinità e Santi certosini” e “Il martirio di Santo Stefano”, custoditi, pure, nella chiesa Matrice; “L’apparizione della Vergine a San Bruno” di Paolo De Matteis e “Il trapasso di S. Anna” del 1642, collocati nella chiesa dell’Addolorata e “L’annunciazione” di scuola toscana di primi anni del XVII secolo e “San Bruno”, considerato “il vero ritratto del Santo Padre”, conservati nella chiesa dell’Assunta. Un’altra notizia, di notevole interesse, contenuta alle pagine 58 e 59, riguarda alcuni oggetti trasferiti dalla certosa alla chiesa matrice dopo la soppressione dei conventi del 1807: "La statua del S. Padre, di argento, con la Bara anche di argento, e puttini corrispondenti. La custodietta o ciborio in marmi fini con ornamenti in rame dorata. Il pontificale rosso: consistente in due Cappe una semplice e l’altra con ricamo in Argento: Pianeta con ricamo in Argento = Tonicelle senza ricamo: Camice magnifico con ricamo in Argento largo più di 2. palmi = Simile Pontificale a Lama in Oro; eccetto il Camice il di cui ricamo è semplice e stretto, meno di un palmo = Un Umerale con grosso ricamo in Seta e in argento con bello e pesante ornam.o in oro nel mezzo = Altra pianeta Rossa con ricamo in Argento: Altre semplici Rosse di Broccato: Di Damasco violace &c. &C.: Inoltre si hanno avuto dei belli Candelieri di Ottone grandi: Fiori e Pigne anche di Ottone: Cornocopi, ed altro" (t. c.- d. p.).
Dà notizia di alcuni documenti dell’archivio certosino calabrese appartenuti alla Certosa di San Lorenzo in Padula e giunti a Serra dopo la soppressione del monastero campano.
Edizione parziale dei due codici contenenti la Platea della Certosa, risultato di una tesi di laurea condotta in collaborazione con M. T. Salerno, curatrice delle rimanenti parti della Platea qui non pubblicate.
Il monachesimo certosino e cistercense è visto come “un aspetto della crisi del cenobitismo”, in favore del recupero dell’ideale eremitico. L’analisi del ruolo di San Bruno nel suo tempo storico è condotta utilizzando, oltre alle sue Lettere, i Titoli funebri raccolti in Europa da un monaco partito dall’eremo calabrese di S. Maria della Torre dopo la morte di Bruno (1101). Del periodo calabrese del santo viene ricordato il suo contatto con il monachesimo greco e si sottolinea come sia stata soprattutto la sua figura, più che le fondazioni monastiche, a fare “impressione sui contemporanei”, tanto che “proprio l’eremo calabrese ove egli era morto ebbe durata breve e modesto significato”.
La ricostruzione delle vicende del monachesimo certosino delle origini, dovuta a R. Manselli, viene affiancata da un paragrafo di cui è autrice Edith Pasztor sui certosini in Italia. Da segnalare, soprattutto, come per la Pasztor il primo insediamento italiano sia stato quello romano nella chiesa di San Ciriaco alle Terme Diocleziane e non quello calabrese.
Dedica al monastero di S. Stefano il cap. XXI del libro secondo, insistendo su qualche topos agiografico ben noto (l’episodio dei cani di Ruggero che scoprono San Bruno in preghiera tra i boschi) e soffermandosi sul miracolo della fonte risanatrice scaturita nel luogo della sepoltura di San Bruno.
Accurata analisi della Platea cinquecentesca della Certosa, con tavole su “grangie o aggruppamenti”, “partite di beni”, “capacità complessiva dei fondi rustici”, “colture prevalenti”, regimi di proprietà e rendite annue.
Nel primo volume si può leggere un “ristretto” della vita di San Bruno ricavato dalla Vita del gran patriarca S. Bruno Cartusiano di Meleagro Pentimalli (qui chiamato Pentimelli), con l’aggiunta di una “Cronologia del Monastero di S. Stefano del Bosco, e Catalogo di tutti i Maestri, Abbati, Commendatarii e Priori fino al presente”. Nel secondo volume è contenuto un profilo del “beato Lannino Normanno” tratto dal Prospectus di storia certosina di Camillo Tutini.
Un martirologio del XII secolo, scritto per la Certosa di S. Stefano del Bosco, oltre a importanti notizie sulle devozioni e sulle consuetudini liturgiche del monastero, riporta anche la data della morte del beato Lanuino (1116), con “maggiore autorità” - trattandosi di un codice coevo - rispetto a quanto indicato da diversi storici dell’Ordine (oscillanti tra 1119 e 1121).
Sembra “ovvio riesaminare l’atteggiamento in genere negativo della critica nei confronti dell’archivio della Certosa calabrese”. Vengono presi in esame due documenti: il primo datato 1094 (ma l’autore rettifica l’indizione in settembre 1092-agosto 1093) è da identificare nella sua scrittura con la mano di Lanfranco, il notaio pontificio che ebbe un ruolo in 34 bolle di Urbano II, e la sua redazione è da far risalire, probabilmente, all’occasione di un “passaggio del papa in una regione vicina alla certosa”; il secondo, del febbraio 1099, è da ritenere anch’esso autentico, come comprovato da due diplomi posteriori.
Lavoro articolato in quattro sezioni: la prima comprende “[...] tutti i testi tratti dal manoscritto A [...], contenenti la documentazione sulla agiotoponomastica e sulla viabilità”; la seconda elenca “i centri urbani ai quali si riferiscono gli agiotoponimi”; la terza contiene “le notizie sulla rete stradale”; la quarta alcune postille di commento.
I due lunghi articoli presentano - come sostenuto dallo stesso autore nella premessa - “lo spoglio completo dei materiali onomastici” della Platea della Certosa conservata nella Biblioteca del Museo Nazionale di Reggio Calabria.
Per motivi sconosciuti, un epitaffio latino di San Bruno ci è stato tramandato in due redazioni “alquanto diverse tra loro”. Entrambe vengono riportate secondo la versione presente nella Storia critico-cronologica... di Dom Benedetto Tromby.
L’assunto centrale dell’autore consiste nella convinzione – non sostenuta da alcun riscontro testuale e documentale – che San Bruno, in Calabria, abbia avuto un ruolo più da uomo d’azione che di preghiera, a tal punto che egli sarebbe stato “[…] più spesso a fianco del gran conte [Ruggero d’Altavilla, n.d.a.] che a Santo Stefano”.
Riproduce l’originale greco, l’antica versione latina e la traduzione italiana di due documenti del XII secolo relativi alla Certosa (il primo contiene la donazione del territorio di Mutari, il secondo la donazione della chiesa di S. Nicola della Torre), discutendo il problema della loro autenticità e correggendo talune sviste grazie alla comparazione del testo latino con il dettato primitivo.
Raccolta eterogenea di materiali riguardanti Dom Basilio M. Caminada, monaco della Certosa di Serra San Bruno. Si segnala, per la sua profonda spiritualità, il testo di una Via Crucis composta dal Caminada.
Notizie e documenti d’archivio sulla grangia certosina di Gagliato. Particolare attenzione è dedicata alla figura di Dom Saverio Cannizzari, il quale, dopo essere stato priore della Certosa, fu procuratore della grangia dal 1774 al 1784.
La parte più importante delle pergamene giunte all’archivio della Cassa Sacra di Catanzaro proveniva, in particolare, dalla Certosa di S. Stefano del Bosco. Il patrimonio cartaceo del monastero - sottolinea l’autore - prese, però, anche altre strade come la biblioteca Capialbi di Monteleone e l’abitazione del padre Benedetto Tromby, che portò con sé numerosi volumi che gli erano serviti per comporre la sua Storia.
Nel descrivere il lavoro di Pasquale Baffi tratta dello spostamento dei documenti della Certosa da Catanzaro a Napoli, prima presso il Banco di S. Giacomo e poi nell’archivio della regia suprema giunta di corrispondenza.
Studio del sistema certosino delle “grange” nell’ambito della proprietà ecclesiastica calabrese (pp. 273-305). Nella difficoltà ad “avere un quadro patrimoniale completo del complesso patrimoniale della Certosa di Santo Stefano del Bosco nel secolo XVIII”, sono analizzati due Stati delle rendite e dei pesi delle grange di Santa Barbara (in territorio di Mammola) e di Rocca di Neto.
Contiene due importanti documenti su quanto accadde alla Certosa nel terremoto del 1783: la relazione del vicario Pignatelli a Ferdinando IV - poi confluita nella Istoria e teoria de' Tremuoti del Vivenzio - e una lettera del funzionario della Giunta di Cassa Sacra Carlo Romeo, spedita da S. Stefano del Bosco il 25 dicembre 1784, quando, non essendosi ancora esaurito lo sciame sismico, le scosse telluriche continuavano a provocare danni agli edifici della Certosa.
Viene brevemente ricordata la presenza di Adelaide del Vasto in “alcuni atti di donazioni di terre da parte del conte Ruggero a Bruno di Colonia”, richiamando contestualmente la questione della sospetta autenticità di taluni diplomi riguardanti i primissimi anni dell’insediamento certosino nelle Serre calabresi (fine dell’XI secolo).
Rapidissima ricostruzione (pp. 192-193) dell’arrivo di San Bruno in Calabria e delle origini della fondazione certosina alla quale diede vita. In un capitolo successivo (p. 436 sgg.) è ripreso lo scritto su Adelaide sopra menzionato.
Negli anni della ricostruzione di fine Ottocento della Certosa vennero scattate settantacinque lastre fotografiche - probabilmente dovute al serrese Giuseppe Maria Pisani (1851 – 1923), personalità poliedrica di pittore, architetto e fotografo - che documentano, insieme con lo stato dei lavori, altri aspetti di una società meridionale nel secolo scorso (le forme devozionali verso San Bruno, momenti di vita sociale, squarci del paesaggio circostante l’insediamento monastico certosino). Il testo di Principe ne presenta una scelta molto accurata, accompagnandola con un interessante commento esplicativo. Le lastre sono fondamentali anche per ricostruire virtualmente la Certosa, perché ci mostrano lo stato delle fabbriche alla fine del XIX secolo prima delle demolizioni successive, permettendoci di ricollocare idealmente al loro posto originario molte opere d’arte oggi custodite nelle chiese di Serra San Bruno (t. c.- d. p.).
Tre ordini di problemi coinvolgono la storia e la storiografia certosina: “Il primo riguarda gli storici della Certosa, che oggi semplicemente non ci sono”; il secondo e il terzo, strettamente legati, concernono l’ambiente economico del monastero e il “sostrato sociale” che l’ha ospitato e lo ospita. A questo proposito, “in pieno contrasto con quanto si era verificato nella prima fondazione di Brunone presso Grenoble, la Certosa calabrese si configura, vivente il fondatore dell’Ordine [...] come una massiccia opera di concentrazione fondiaria [...]”, a tal punto che essa si ingrandisce tanto “da non poter più legittimamente stare nell’Ordine [... ]”. Inevitabile, pertanto, secondo l’autore, il passaggio, sul finire del XII secolo, all’ordine cistercense.
Nel ricco apparato iconografico sono riportati un disegno e un acquerello di Saverio Della Gatta (La fiera di S. Bruno in Calabria) e un acquerello di Luigi Del Giudice (La festa di S. Bruno in Serra).
Le origini della fondazione certosina di Serra e le vicende relative alla vita di San Bruno nel suo periodo calabrese vengono lette alla luce del lavoro di Dom Benedetto Tromby, così come si evince dal secondo volume della sua Storia critico-cronologica.
Il testo contiene (pp. 134-135) la riproduzione delle due famose vedute della Certosa contenute nell’Atlante che accompagna la Istoria de’fenomeni del Tremoto di Michele Sarconi (1784), con un pertinente commento dell’autore alle due tavole.
Sintetica descrizione delle due Platee della Certosa compilate nel terzo decennio del XVI secolo - dopo la “recuperazione” del monastero all’Ordine certosino - e attualmente conservate a Reggio Calabria. Per collocare i due documenti nel loro contesto storico viene tracciata una breve storia della Certosa calabrese nel XVI secolo, seguendo la ricostruzione che di questa ha fatto Dom Benedetto Tromby.
Una “lite” tra gli abitanti di Serra e il priore della Certosa Dom Gregorio Sperduti, avvenuta nei primi anni del XIX secolo, viene ricostruita sulla base di un documento conservato nell’archivio arcivescovile di Reggio Calabria.
La storia di San Bruno e della Certosa raccontate, nell’intero arco del loro svolgersi, secondo un punto di vista essenzialmente narrativo, che, talvolta, mescola alla realtà storica notizie ritenute di dubbia attendibilità dalla critica storica.
Compagno e primo successore di San Bruno a magister eremi dopo la sua morte, Lanuino fu un religioso molto dinamico, che si distinse “nella sistemazione dei monasteri, posti alla sua dipendenza” e per l’estensione che durante il suo priorato vennero ad acquistare le donazioni normanne. “Lanuino deve essere considerato - a giudizio di padre Russo - come il genuino interprete e l’erede più autorevole dello spirito certosino, quale fu voluto dal fondatore”.
Nell’analisi dei rapporti di papa Giovanni de' Medici con la Calabria una breve notizia (p. 37) è dedicata alla Certosa per ricordare il ripristino dell’osservanza certosina, risalente al 1513 con la relativa concessione del pontefice. La rapida sintesi contiene due inesattezze quando ricorda la fondazione della Certosa nel 1092 (in realtà 1091) e il passaggio ai cistercensi nel 1196 (ma 1192-93).
Numerosi documenti riguardanti la Certosa. Gli Indici disponibili sono toponomastici e onomastici.
Articolata analisi, sulla base della Platea cinquecentesca, dello stato economico della Certosa calabrese e dei rapporti di produzione vigenti nel suo comprensorio. L’esame comprende pure le grange possedute dal monastero di S. Stefano del Bosco.
Breve riepilogo (pp. 439-444) delle principali vicende storiche certosine, con l’aggiunta di un elenco di opere d’arte.
Notissima descrizione “sul campo” dei luoghi della Calabria colpiti dai movimenti tellurici del 1783. Contiene fondamentali osservazioni sullo stato della Certosa e dei religiosi.
Articolo di impostazione divulgativa, non aggiornato criticamente e contenente diverse inesattezze intorno alla figura di San Bruno, quali la sua appartenenza alla famiglia degli Hartenfaust e la notizia di un suo soggiorno nell’abbazia di Molesme.
Il testo rappresenta un “classico” della storiografia sulla Certosa calabrese, pur se bisogna tener conto della sua data di composizione, che, inevitabilmente, lo espone a inesattezze successivamente corrette dalla critica storica. Oltre alla narrazione delle vicende storiche del monastero è possibile reperirvi anche numerosi documenti tra i quali Bolle papali e privilegi reali attinenti al primo secolo di vita certosina sulle Serre e alcuni importanti testi relativi alla storia della Certosa nei primi decenni del XIX secolo. Da segnalare anche la serie cronologica dei priori dall’epoca della “recuperazione” fino al terremoto del 1783.
L’opuscolo, dedicato ai paesi che ricadevano nella giurisdizione della Certosa calabrese, assume come tesi centrale l’idea che Spadola (o Spatula, secondo l’autore) sia stata “[…] la terra detta Torre nella quale fu edificata la Certosa di Calabria”.
Lo studio della formazione e della consistenza dell’attuale fondo “cartusiano” della biblioteca della Certosa permette di accedere alla storia del patrimonio librario del monastero, continuamente arricchito grazie all’intervento operoso dei Padri Priori e dei bibliotecari che si sono succeduti nel tempo.
Cenni storici sulla Certosa, con interessanti annotazioni sui fatti avvenuti nell’epoca di pubblicazione degli articoli, soprattutto riguardo alla riapertura di metà Ottocento del monastero e con particolare riferimento al ruolo del priore Dom Vittore Nabantino e del re di Napoli Ferdinando II.
La breve nota, preceduta da un disegno che raffigura la cappella priorale della Certosa, illustra le caratteristiche principali dell’opera, nella quale venne custodito, in quel periodo, il busto reliquiario di San Bruno.
Il 30 maggio 1857 furono riportate nella Certosa – ripristinata con rescritto di Ferdinando II del 21 giugno 1856 - le reliquie di San Bruno che erano state conservate nella Chiesa Matrice di Serra a partire dal 1808, in seguito alla soppressione bonapartista degli ordini religiosi. L’autore traccia una cronaca commossa e partecipata dell’evento.
Composizione poetica in ottave dedicata a San Bruno. I versi furono letti nel corso di un’Accademia poetica tenuta in Certosa il 30 maggio 1857 per festeggiare il ritorno delle reliquie di San Bruno.
Le fonti utilizzate sono il catasto onciario di Spadola e Serra e alcuni testi elaborati nel corso della controversia giurisdizionale settecentesca tra la Certosa e i “cittadini della Serra”. L’autore si sofferma, soprattutto, sul ruolo di “signore feudale” del monastero e ne sottolinea - alla luce, tuttavia, di una documentazione molto parziale - il carattere oppressivo nei confronti dei suoi sottoposti.
Notizie, integrate da tabelle riepilogative, sugli scambi commerciali durante la fiera di San Bruno a Serra nei primi anni del XIX secolo sulla base dei registri superstiti dei notai Giuseppe Ruggiero e Michele Lojacono di Soriano e Bruno Vinci della stessa Serra.
Ripercorre le varie tappe dell’insediamento certosino in Calabria (p. 5 sgg.) ipotizzando, sulla scorta di una tradizione precedente, che esso si sia stabilito proteggendo la solitudine degli eremiti a Santa Maria della Torre con un fossato e lasciando come unico ingresso un ponte di legno. Nelle pagine successive si sofferma, tra l’altro, pure su alcune delle più note leggende sorte intorno a San Bruno - e assunte dal Tutini per vere - quali quella del battesimo di Ruggero II (sulla scia di un “ritmo” del monaco Maraldo) e dell’apparizione in sogno del santo a Ruggero il Gran Conte durante l’assedio di Capua. Il Breve Chronicon aggiunto al Prospectus (p. 186 sgg.) traccia una sintetica storia delle vicende della Certosa dalla donazione ruggeriana del 1093 fino al ripristino cinquecentesco dell’Ordine certosino in Calabria. Da segnalare la serie dei maestri dell’eremo, da Bruno a Guido, secondo il giorno del loro transito terreno (p. 194) e la cronotassi dei priori - con diversi errori -- dagli inizi del Cinquecento (priorato De Rigetis) fino al 1638.
Riporta 55 documenti relativi alla Certosa (periodo 1091 - 1271), molti dei quali non compresi nell’apparato documentario della Storia di Dom Benedetto Tromby.
Testo di capitale importanza, nonostante la presenza di enfatizzazioni agiografiche, per la storia della Certosa di Serra San Bruno, sviluppato su un arco temporale amplissimo che va dal 1032 - anno della nascita di San Bruno secondo il Tromby - al 1600. Di grande ricchezza sono le Appendici documentarie, che riportano quella che al momento rimane la più completa raccolta di fonti per la storia della Certosa. Per attendere alla sua monumentale opera il Tromby si avvalse, tra l’altro, del materiale conservato in originale presso l’archivio del monastero calabrese, del Breviario dei privilegi, della Genealogia circa primordia Gentis Carthusiae di Dom Costanzo De Rigetis, nonché dei manoscritti del Ricci, del Florenza e del Falvetti. Anche grazie al suo lavoro di trascrizione questo materiale, in gran parte disperso dopo il terremoto di fine Settecento, ci è stato tramandato, pur se ancora non si sono spenti i dibattiti intorno all’autenticità di taluni diplomi. Da segnalare ancora il ricco corredo iconografico che annovera le incisioni di Giovanni Lanfranco e Theodor Krüger sulla vita di San Bruno appositamente reimpresse per questa pubblicazione, vedute di famose Certose e la figura del tumulo di San Bruno non più esistente nel manufatto originale. Nel primo volume si trovano due incisioni di Antonio Zaballi, che raffigurano, rispettivamente, San Bruno circondato dai suoi confratelli ai piedi della prima Certosa francese e Maria Carolina d’Austria, a cui l’opera di Tromby è dedicata. Meritevole di segnalazione in questa seconda immagine - disegnata da Nicola Maria de Fazio - è il cartiglio in basso a sinistra, che riproduce una veduta della Certosa calabrese prima del terremoto del 1783. Altre due vedute della Certosa pre-terremoto si trovano nel secondo volume - al margine di una carta topografica che riproduce la “lega” donata dal Conte Ruggero a San Bruno - e nel nono, secondo una prospettiva a volo d’uccello che consente una visione complessiva e analitica dei vari ambienti. Nell’opera sono pure riprodotte le vedute delle Certose di San Lorenzo in Padula (sesto volume), di San Martino (sesto volume) e di Pavia (volume settimo). L’apparato iconografico è completato da un’immagine che riporta episodi della vita del beato Pietro Petroni (vol. VI), dalla figura di una monaca certosina (vol. VIII), dall’incisione che rappresenta il martirio dei certosini per mano degli ugonotti (vol. X).
Riporta alcuni documenti relativi ai primi anni dell’insediamento certosino in Calabria, tra i quali il diploma di Ruggero il Gran Conte del 1093 contenente la dedica della chiesa dell’eremo alla Vergine Maria e a S. Giovanni Battista e la charta consecrationis della stessa chiesa. Nel breve testo è da segnalare un’annotazione nella quale si dà credito all’idea che San Bruno abbia partecipato al Concilio di Piacenza.
L’opera di Vermeer contiene il testo scritto da Hendrik Hegher nel XIV secolo, nel quale viene ricordata la fondazione certosina della Torre e la morte di San Bruno in Calabria.
Nell’analisi del tema l’autore muove le mosse dall’eremo di Santa Maria della Torre, evidenziando, anche sulla base di altri studi, i caratteri dell’evoluzione della comunità calabrese, dopo la morte di San Bruno, dall’eremitismo verso forme più accentuate di cenobitismo. Segnala, inoltre, un brano della Vita venerabilis viri Stephani Muretensis in cui i riferimenti ad una comunità di eremiti calabresi, per lo stile di vita che descrivono, sembrano rinviare proprio alla fondazione bruniana.
Fondamentale resoconto - unitamente a quello del Sarconi - sullo stato della Certosa dopo il sisma del 1783. Viene descritta la condizione degli edifici certosini distrutti o lesionati dal terremoto, con un’indicazione sintetica dei danni subiti dalle diverse strutture nelle loro varie parti.
Importante studio sulla cosiddetta Cronaca Magister, nella quale sono contenute fondamentali notizie storiche su San Bruno e sulla fondazione delle sue due prime case certosine in Francia e in Italia. Il testo del Wilmart procede ad una comparazione della Magister con le cronache successive - quali la Laudemus - mostrando come esse abbiano amplificato lo scarno dettato di questa prima cronaca - l’unica coeva - aggiungendo particolari agiografici nuovi, non sostenuti da una sicura base documentale.
Dà notizia del passaggio nella Certosa, il 25 luglio del 1753, del sangue di S. Pantaleone durante il suo tragitto da Napoli a Montauro.
Brevi note sulle origini dell’insediamento certosino in Calabria.
Edizione, preceduta da una breve prefazione e senza note di commento, di una cronaca certosina ottocentesca.
La controversia fiscale del XVIII secolo
La controversia fiscale che nel XVIII secolo contrappose la Certosa all’università di Serra si staglia come una sorta di capitolo autonomo nella bibliografia relativa al monastero. Nei testi pubblicati durante i decenni della lite l’analisi storica “distaccata” dei diplomi certosini venne, infatti, inevitabilmente sostituita da una loro lettura “interessata” a sostenere le tesi giuridiche che i due contendenti reciprocamente, e contrappostamente, avanzavano. La controversia era iniziata il 28 giugno del 1700, quando centottanta artigiani serresi avevano inviato una “supplica” al re di Napoli nella quale dichiaravano di sentirsi oppressi dai pesi feudali a cui, ancora, erano sottoposti da parte della Certosa. Due anni dopo fece seguito, a questo primo atto, una vera e propria denuncia presentata dai serresi alla Regia Camera, il cui Tribunale nel 1729 liberò i cittadini di Serra dai “pesi” di angaria e parangaria, commutandoli, tuttavia, nell’anno successivo, in contribuzioni pecuniarie. Nel 1751 due “poveri cittadini della Serra”, Santo Timpano e Domenico Giancotti (cui si aggiunse Giacomo Perri), esponevano nuove denunce, sostenendo, tra le altre cose, che dalla “carta” emessa dal Conte Ruggero in favore di San Bruno non poteva discendere nessuna giurisdizione su Serra in quanto questa “non era stata in quei tempi edificata”. La sentenza dell’8 agosto 1758 costituì una soluzione di compromesso, poiché il Tribunale decise che “s’incorporasse alla R. Corte la giurisdizione delle seconde cause civili, criminali, e miste sopra le terre di Spadola, Serra, Bivongi, Montauro e Gasperrina” - come scrisse Francesco Vargas Macciucca - ma che “per rispetto della giurisdizione delle prime cause civili, criminali e miste si assolvesse la Certosa dalle pretensioni del Fisco e dei denuncianti”. Nel 1765, da ultimo, rivista la causa dietro ricorso sia della Certosa sia dei denuncianti, il monastero perdeva pure la giurisdizione delle prime cause e Serra, affrancata dalle servitù feudali, diventava “città regia”. Occorre ancora ricordare che tale controversia produsse pure, come suo corredo documentale, alcune rappresentazioni cartografiche specifiche (vedi Aloi, 1760 e 1763; Franchi, 1758 e Vargas Macciucca), nelle quali, pur di fronte ad imprecisioni e ingenuità figurative, è possibile rinvenire - come ha osservato Ilario Principe - elementi naturali e toponimi “che non è difficile rintracciare ancora oggi”.
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