Bibliografie, Opere generali su San Bruno e la Certosa (Tonino Ceravolo)
Introdotte da un testo bilingue (italiano-inglese) sulla vita di San Bruno e la storia della Certosa, le fotografie di Massimo Bassano documentano la quotidiana vita di preghiera dei monaci certosini di Serra San Bruno, cogliendo i momenti di un’esistenza appartata e interamente dedicata all’unione con Dio nella solitudine e nel silenzio. Chiude il libro un breve testo anonimo intitolato La vita dei certosini testimoni dell’amore.
Importante opera storica sulla vita di San Bruno, sulla scia del lavoro di Dom Maurice Laporte. Nella ricostruzione del periodo calabrese di San Bruno (p. 88 sgg.) viene richiamata l’importanza delle due Lettere, a Rodolfo il Verde e “ai suoi figli di Certosa”, composte dal santo nell’eremo della Torre e si sottolinea, sulla traccia della lettura del Laporte, la differenza sostanziale tra il primo insediamento francese e la successiva fondazione calabrese, nella quale ebbero fin dai suoi esordi un ruolo non secondario le donazione normanne. Se in Francia l’eredità spirituale di Bruno si manterrà intatta e confluirà nelle Consuetudines guigoniane, in Calabria, al contrario, essa subirà un cambio d’indirizzo, evidente negli Statuti di Lamberto sicuramente più vicini ad una ispirazione di tipo camaldolese.
Nei quattro volumi dell’opera, editi tra il 1911 e il 1954, viene data la cronaca dell'Ordine certosino dal 1084, anno della sua fondazione, al 1510. Per la storia della Certosa calabrese si devono tenere presenti soprattutto le pp. 80-157 del primo volume, nelle quali viene ricostruito, anno per anno, l’ultimo periodo di vita di San Bruno in parallelo con le vicende dell’Eremo della Torre da lui fondato. Le notizie sono spesso tratte da alcune delle “classiche” compilazioni agiografiche bruniane (Dorlando, Surio, Du Puy, tra gli altri). L'autore è morto nel 1621.
Profilo del santo in buona misura inutilizzabile perché composto senza tener conto dei risultati raggiunti dalla critica storica intorno al fondatore dei certosini. Vengono, infatti, accolte come autentiche notizie che non godono di una base documentale, ma sono, piuttosto, frutto di deformazioni agiografiche. Tra esse quelle relative all’appartenenza di San Bruno alla famiglia degli Hartenfaust, al battesimo di Ruggero II, al ritrovamento del “corpo incorrotto” di Bruno agli inizi del XVI secolo. Vengono anche riportate, come corredo iconografico, diverse opere famose raffiguranti il Santo tedesco. La prima, però, una statua lignea del XV secolo di Oostham, conservata nella chiesa di Notre-Dame, a Parigi, non sembra raffigurare il patriarca dei certosini, a causa del pastorale tenuto in mano e del diverso vestito indossato dai monaci dell'ordine bruniano. Tra le altre opere riprodotte alcune appartengono a noti cicli iconografici: "Bruno col papa Urbano II" di Francisco Zurbaran, conservato nel Museo Provinciale di Siviglia; "Bruno rinuncia al vescovado di Reggio Calabria" e "Bruno appare ad un certosino" di Vincente Corducho, entrambi presso il Museo del Prado di Madrid; "I funerali di Raimond Diocres" di Eustache Lesueur, custodito a Parigi nel Museo del Louvre. Altri quadri come "L'estasi di San Bruno" di Bartolomeo Flemalle, presente nel Museo diocesano di Liegi, "La Vergine appare a Bruno" opera del Guercino conservata presso la Pinacoteca di Bologna e "Bruno circondato dai suoi monaci" di Massimo Stanzione, conservata a Napoli nella chiesa della Certosa di San Martino, raffigurano il Santo negli atteggiamenti tipici della sua iconografia (t. c.–d. p.).
La storia della Certosa viene vista nel suo intrecciarsi alla storia civile del paese di Serra San Bruno, che ha origine e si sviluppa, appunto, in un continuo scambio con il monastero certosino. In un capitolo-quadro sulla storia del paese vengono indicati alcuni caratteri essenziali di tale rapporto: i legami feudali tra la Certosa e gli abitanti di Serra; la controversia giurisdizionale che condurrà nel XVIII secolo il paese all’autonomia in temporalibus; i fenomeni del culto che i serresi hanno tributato e tributano a San Bruno, visto come taumaturgo e protettore. Nel testo sono pure presenti una sintetica storia (pp. 120-126) delle vicende “interne” del monastero - dalla venuta di San Bruno in Calabria fino agli inizi del XX secolo - e alcune schede che approfondiscono aspetti particolari di tale storia. Tra esse si segnala la scheda sui “falsi” nella storia della Certosa, nella quale si fa vedere come talune notizie ad essa collegate (tali sono quelle che considerano San Bruno ispiratore delle Crociate, l’architetto Andrea Palladio progettista del complesso cinquecentesco e il fisico Ettore Majorana ospitato nel monastero) siano da considerarsi non corrispondenti alla realtà storicamente documentata. Nella parte dedicata all’arte il volume descrive le opere presenti nel monastero calabrese. Nella sagrestia della chiesa conventuale certosina si trova una tela di Andrea Cefaly, pittore della scuola napoletana del secolo scorso, raffigurante Santo Stefano, mentre gli affreschi dell’abside sono opera di Zimatore e Grillo da Pizzo, allievi del Morelli. L’altare realizzato dai marmorari romani Medici è impreziosito da decorazioni, candelabri e da un paliotto in bronzo dorato raffigurante la morte di San Bruno, firmato dal francese Poussielgue. A Giovanni e a Bruno Scrivo si devono, rispettivamente, le statue marmoree raffiguranti San Bruno e il Beato Lanuino, e i quattro Evangelisti. Notevole è la portellina del Tabernacolo proveniente dalla Certosa di Padula , con una settecentesca pittura su marmo raffigurante la Vergine tra San Lorenzo e San Bruno. Sull’altare è collocato il busto reliquiario del Santo fondatore dell’Ordine, realizzato a Napoli nel 1516 da un argentiere dalle forti connotazioni lauranesche.
Catalogo relativo all’ostensione delle reliquie della Certosa (Serra San Bruno – Museo della Certosa, 4 ottobre – 1 novembre 2000), nel quale, dopo una nota introduttiva del priore della Certosa Dom Jacques Dupont, vengono ospitati saggi di un certosino, di Vito Teti, Giovanni Sole e Tonino Ceravolo. Di più diretta attinenza con i temi certosini sono il primo contributo, dovuto ad un monaco dell’Ordine, che analizza il significato teologico e spirituale del culto delle reliquie; il testo di Ceravolo che analizza il culto delle reliquie nella storia della Certosa calabrese con particolare riferimento ad un antico reliquiario probabilmente di epoca normanna, alle reliquie di San Bruno, alle ricorrenze liturgiche della Certosa in età moderna e ai pignora sanctorum di santi e beati certosini; le schede catalografiche di Domenico Pisani che illustrano i reliquiari esposti durante l’ostensione delle reliquie. I reliquiari pubblicati rivestono notevole interesse per la storia del monastero bruniano. Il più antico è databile al primo trentennio del XVII secolo e contiene una reliquia del Beato Lanuino; sono da segnalare, inoltre, tre reliquiari multipli, pure seicenteschi, realizzati in ebano e bronzo dorato, che costituiscono un trittico: due sono a forma di obelisco mentre il terzo, di dimensioni maggiori, ha una struttura architettonica templiforme. L’autore delle schede afferma che essi richiamano per tipologia alcuni esemplari che Gennaro Monte aveva eseguito per la Certosa di San Martino, facendone i dovuti accostamenti. Importanti sono, pure il reliquiario del dito di Santo Stefano, il busto di San Filippo Neri e un frammento di reliquiario multiplo cimato dalla corona baronale certosina. Le ultime schede riguardano il busto di San Bruno e il grande reliquiario della Certosa, custodito nella chiesa Matrice di Serra. Si segnala anche la pubblicazione di alcuni importanti documenti inediti, quali un Index Thecarum che riporta un accurato elenco delle reliquie conservate nella Certosa (t. c.- d. p.).
Il catalogo della mostra inaugurata il 4 ottobre e chiusa il 4 novembre 2001 (presso il Museo della Certosa di Serra San Bruno, sotto l’egida del “Comitato Nazionale per la valorizzazione della presenza normanna in provincia di Vibo Valentia”, a cura di Tonino Ceravolo, Domenico Pisani e Antonio Zaffino), mette in evidenza molti aspetti dell’iconografia di San Bruno. I testi del Padre Priore dom Jacques Dupont (Bruno il Santo delle Serre), di Giuseppe Gioia (Cristo-logia e contemplazione in San Bruno), di Giovanni Leoncini (I fatti della vita di San Bruno nelle stampe di Lanfranco-Crueger e Le Sueur-Chauveau), di Tonino Ceravolo (“Imagini artificiosamente designate”. San Bruno di Colonia tra agiografia e iconografia) e di Domenico Pisani (Iconografia di San Bruno in Calabria) ne marcano le linee. Il volume contiene un amplissimo repertorio delle immagini relative alla figura di San Bruno presenti in Calabria e pubblica tele, sculture, oggetti d’arte finora inediti, tra i quali quelli che appartengono al patrimonio della Certosa di Serra San Bruno (t. c.- d. p.).
Numero monografico dato alle stampe nell’ottobre del 2001, in occasione della ricorrenza del nono centenario della morte di San Bruno. Introdotta da una breve nota di Antonio Zaffino, la rivista ospita scritti di Tonino Ceravolo (Nel silenzio dell’eremo. Bruno di Colonia novecento anni dopo), Giuseppe Gioia (Maestro Bruno, il “mondo” e l’uomo contemporaneo), Domenico Pisani (L’iconografia di San Bruno) e Francescantonio Pollice (Il canto liturgico in Certosa). È, inoltre, corredato da una sezione di documenti (tra gli altri la versione integrale del messaggio del pontefice Giovanni Paolo II al Ministro Generale dei certosini) e da un ricco apparato iconografico.
Ricostruzione della vicenda umana e spirituale di San Bruno nel quadro della storia complessiva del periodo. Il testo utilizza le principali fonti coeve per la vita di San Bruno, non trascurando di richiamare i Titoli funebri raccolti dopo la morte del santo e le sue stesse Lettere composte nell’eremo calabrese di Santa Maria della Torre.
Articolata disamina sulla spiritualità, l’organizzazione e la storia dell’Ordine certosino. Sulla Certosa calabrese si osserva che essa acquistò “una fisionomia diversa dopo la morte di s. Bruno, e non ebbe rapporti con la Grande Chartreuse fino al suo recupero da parte dell’Ordine (1514)”.
Opuscolo divulgativo sulla vita di san Bruno, sui caratteri essenziali della regola certosina, sulla storia della Certosa di Serra.
Testo con finalità essenzialmente divulgative, che riprende, ampliandolo in modo considerevole, l’impianto del volume precedente (Un Certosino 1977). Contiene notizie sulla vita di San Bruno, sull’Ordine certosino, sulla storia della Certosa di Serra, sui monaci insigni (De Rigetis, D’Aragona, Tromby, Nabantino e Pollien) vissuti in questo monastero. Da segnalare le Appendici, nelle quali trovano posto diversi importanti documenti relativi alla Certosa. Tra essi una versione italiana delle due Lettere di San Bruno e tre testi di Giovanni Paolo II.
Riedizione, rivista e aggiornata con l’inserimento di nuovi documenti, di San Bruno. La Sua Vita il Suo Ordine la Sua Certosa, data alle stampe in occasione del nono centenario della morte di San Bruno.
Pur se in maniera incompleta - alcune relazioni, infatti, non sono state inserite per la stampa - il volume raccoglie i contributi, di diseguale valore, del convegno sul IX centenario di fondazione della Certosa di Serra San Bruno. Diversi i contributi storici di significativo spessore, quali quelli di H. E. J. Cowdrey, che colloca - con puntuali riferimenti alla storia della Chiesa nella seconda metà dell’XI secolo - le due fondazioni bruniane nel clima di riforma avviato dal papato gregoriano, e di L. Moulin, che presenta lo sviluppo “costituzionale” dei certosini sottolineandone l’originalità delle soluzioni, resa possibile dall’intreccio tra la spiritualità del silenzio-solitudine e il riconoscimento della necessità di istituzioni “umane” (il Capitolo Generale, le Visite canoniche) consolidatrici delle alte qualità spirituali monastiche. Da segnalare sono, ancora, le relazioni sulla spiritualità evangelica dell’ambiente bruniano (Salvatore Vacca), sul rapporto tra cultura classica e patristica in Guigo I (Lisania Giordano Russo), sul canto certosino (tre interventi di Francescantonio e Paolo Pollice e di Luigi Abbruzzo), sull’arte e la struttura dei monasteri certosini europei (due relazioni di Vega de Martini e Maria Adriana Giusti). Non mancano, naturalmente, le relazioni specificamente dedicate alla Certosa calabrese. Il testo di P. De Leo - Bruno di Colonia in Italia dalla Corte Papale all’eremo di Calabria - segue l’itinerario di San Bruno verso Dio, non tralasciando di indagare pure le tappe iniziali di tale cammino che dal magistero teologico a Reims andranno a sfociare nelle sconfinate solitudini della Chartreuse, prima, e nel deserto calabrese di Santa Maria della Torre nella parte terminale della vita del santo. Lo studio degli agiotoponimi nel territorio della Certosa - secondo le indicazioni rintracciate nella Platea di Carlo V - condotto da Lucia Longo e Mariarosaria Salerno consente di tracciare una mappa accurata delle devozioni e di aspetti importanti della cultura religiosa in un’area meridionale agli inizi del XVI secolo. Lo scritto di Anonimo Certosino [= Dom Basilio M. Caminada] disegna un sintetico quadro della ricerca storica intorno alla Certosa, ricordando il contributo offerto da pubblicazioni e tesi di laurea. Una relazione di Lucina Vattuone si occupa, infine, dei rapporti tra le Certose di Trisulti e Serra San Bruno. Due sono i contributi dedicati all’iconografia bruniana. Nel primo di S. Spartà (Bruno, Santo europeo nella iconografia europea, pp. 149-163) l’autore dell’intervento elenca molte opere famose raffiguranti San Bruno, principiando dalle miniature dei fratelli de Limbourg, Les belles heures du duc Jean de Berry. L’elenco continua con l’anta di un trittico conservato nel Museo di Colonia, di autore ignoto, e con una statua di Oostham, conservata nella chiesa di Notre Dame a Parigi. Quest’ultima notizia, però, ripresa sicuramente dalla voce “Bruno” della Bibliotheca Sanctorum, è priva di fondamento, in quanto gli abiti e gli attributi iconografici non possono essere ricondotti al Santo. Tra le opere presenti a Serra San Bruno vengono elencati il cinquecentesco busto argenteo della Certosa e la seicentesca statua del tedesco David Müller raffigurante San Bruno, che lo Spartà definisce, con un giudizio tutto personale, “inespressivo e arcaico”. Vengono, inoltre, messi in evidenza “L’apparizione della Vergine a San Bruno” di Denis Calvaert conservato nella pinacoteca di Bologna, il “San Bruno” di G. Hernandez di Pontevedra del Museo di Valladolid, i due “Bruno”, di Siviglia e di Cadice di Juan Martinez Montanés e il ciclo di affreschi di Bernardino Poccetti per la Certosa di Firenze. Tra gli artisti spagnoli che raffigurarono San Bruno lo Spartà cita Juan Sanchez Cotan, Vincente Carducho, Francisco Ribalta, Diego de Leyva, Alonzo Cano e Francisco Zurbaran. Tra gli artisti italiani spiccano, invece, Daniele Crespi, Massimo Stanzione, il Guercino, Pier Francesco Mola. Gli artisti francesi citati sono J. Sarrazin, F. Perrier, E. Le Sueur, B. Flemalle. J.B. Jouvenet, P. de Champaigne, N. Mignard. Lo Spartà, infine, afferma, con un altro personalissimo giudizio critico, che “L’apparizione della Vergine a San Bruno” di Paolo De Matteis, conservata nella chiesa dell’Addolorata di Serra San Bruno e datata 1721, è un’opera “dai discutibili risvolti stilistici e dal mediocre contenuto spirituale”. Di particolare importanza è, invece, lo studio di Giovanni Leoncini (Considerazioni sull'iconografia di San Bruno "prototipo" del certosino. Un'indagine sulle stampe dal XV al XVII secolo, pp. 167-283), in cui si afferma che lo stabilirsi di un’iconografia di San Bruno è alquanto tardo, se considerato in rapporto all’epoca in cui il Santo visse, perché è essenzialmente legato all’ammissione del suo culto all’interno dell’ordine. L’iconografia bruniana, infatti, non avendo una propria tradizione medioevale fu toccata in pieno dall’arte cinquecentesca e seicentesca, vivendo le profonde trasformazioni e gli apporti della stagione post-tridentina. Tuttavia, il culto del Santo non assunse mai un carattere popolare ma rimase legato agli ambienti certosini. Tra le più antiche raffigurazioni sono degne di nota le miniature dei fratelli de Limbourg, le Belles Heures del duca Jean de Berry, e la stampa contenuta nella Schedelsche Weltchronik impressa a Norimberga nel 1493. Tra i cicli pittorici troviamo, invece, quelli del piccolo chiostro della certosa di Parigi i cui affreschi, eseguiti intorno al 1353 e successivamente deteriorati, vennero riprodotti su tela nel 1480, quelli del chiostro della certosa di Basilea del 1441 e quelli del chiostro della certosa di Colonia del 1489. In queste raffigurazioni viene celebrata la nascita dell’ordine certosino e non la figura di San Bruno: solo gli anni successivi al 1514 vedranno lo stabilizzarsi dell’iconografia bruniana. Con una xilografia successiva al 1516 le certose cominciano a familiarizzare con gli attributi dell’iconografia di San Bruno: il libro, il ramoscello d’ulivo, la frase “Ego sicut oliva fructifera in domo Dei”, la mitria e il pastorale deposti e la fontana. Il libro rappresenta le Scritture in generale, ma più propriamente un salterio; l’olivo e l’olio hanno nella Bibbia significati di elezione divina e di santità; la fontana rappresenta la sorgente da cui è scaturito l’ordine, ma anche l’acqua miracolosa sgorgata dal sepolcro di San Bruno in Calabria; la mitria e il pastorale deposti alludono al rifiuto di accettare la dignità di arcivescovo di Reims e di Reggio Calabria. Nel XVII secolo l’immagine di San Bruno tenta di esprimere l’invito alla solitudine e alla contemplazione. I paesaggi solitari e rocciosi, il crocifisso, il libro aperto, il teschio, l’atteggiamento estatico e il raggio di luce proveniente dalle nubi squarciate, rendono superflui il pastorale e la mitria per l’identificazione: infatti, dopo il 1623, data della definitiva canonizzazione, “il santo certosino per eccellenza non poteva essere che San Bruno”. L’attributo dell’ulivo tende a scomparire dall’iconografia e in alcuni casi il Santo viene rappresentato con una foglia di palma che allude al salmo XCI, 13 “Justus ut palma florebit”. Segnano una svolta i due cicli di incisioni eseguiti nel corso del XVII secolo, quella di Lanfranco e Krüger e quella di Le Sueur. Il primo fu concepito per essere realizzato in piccoli esemplari mentre il secondo rappresenta la traduzione in stampa di grandi dipinti. Il Lanfranco, operando in un clima artistico protobarocco, esaltò la figura del Santo in una prospettiva “romana”, a causa della devozione al Papa, e “calabrese”, per la componente “silvestre” dovuta all’esperienza nelle Serre, mentre Le Sueur, partecipe del classicismo francese della metà del Seicento, fu legato alla concezione della vita certosina propria dei monaci d’oltralpe. Tra il Settecento e l’Ottocento, anni in cui comparve nelle raffigurazioni l’emblema della Grande Chartreuse, il globo sormontato dalla croce e da sette stelle con il motto “Stat crux dum volvitur orbis”, si abbassò la qualità delle raffigurazioni a stampa, che riproducevano immagini già esistenti con l’impiego di nuove tecniche incisorie. L’intervento del Leoncini termina con alcune considerazioni sull’iconografia calabrese del Santo. In un “Breviarium Sacri Ordinis Chartusiensis”, edito dalla certosa di Magonza nel 1733 si trova un ritratto di Bruno con la barba, con la didascalia “Vera effigies S. Brunonis”, derivante dal quadro a figura intera conservato nel coro della chiesa dell’Assunta di Serra San Bruno. Il Leoncini ipotizza a tal proposito che “la provenienza dalla certosa di Calabria, dove San Bruno morì, e l’atipicità dell’iconografia stessa possono benissimo aver originato, almeno a partire dal millesettecento”, l’idea che in quel quadro fosse espresso il vero ritratto del padre dei certosini. All’architettura è dedicato un contributo di M. A. Battaglia (Analisi storico-architettonica delle certose bruniane, pp. 475-452), che si articola in una prima parte dedicata alle tipologie e ai criteri architettonici utilizzati per la realizzazione di tutte le certose, le cui caratteristiche possono essere raccolte nei tre gruppi illustrati. Successivamente vi è una descrizione della Chiesa di S. Maria e delle trasformazioni dell’impianto del complesso di S. Stefano nel Bosco nel tempo. Il saggio si conclude con delle considerazioni relative ai danni subiti dalla Certosa in seguito al terremoto del 1783 e ai lavori di restauro eseguiti svolgendo una breve cronologia degli eventi (t. c.-c. g.- d. p.).
Brevi profili biografici, in lingua francese, di alcune significative figure certosine. Sebbene lo stile sia di tono agiografico, il lavoro non risulta privo di interesse. L'autore è morto nel 1907.
Ricostruzione storica complessiva della vita di San Bruno. Del periodo calabrese di Bruno vengono ricordate soprattutto le due Lettere - scritte a Santa Maria della Torre - e la professione di fede. In questo contesto, si fa risalire direttamente a San Bruno l’edificazione del monastero di S. Stefano del Bosco e si sottolinea la diversità delle “evoluzioni” tra la Chartreuse e la casa calabrese. Quest’ultima, infatti, sarebbe passata all’Ordine cistercense alla fine del XII secolo “senza aver mai avuto rapporti con l’Ordine certosino”. Nella sezione bibliografica viene affrontata la questione dei diplomi normanni in favore della Certosa, ricordando come alcuni autori abbiano avanzato dei sospetti sull’autenticità di un certo numero di essi. Il testo offre pure un contributo, con alcune immagini famose, all'iconografia bruniana, tra le quali la famosa immagine della scultura raffigurante San Bruno, opera di Houdon, conservata a Roma, nella basilica di Santa Maria degli Angeli.
Il testo vuole essere una più precisa messa a punto, rispetto all’articolo del La porte che lo precede (cfr. Un Certosino 1975), di alcune importanti questioni storiografiche.
Biografia di San Bruno per immagini, dovuta ai disegni all’acquerello di un certosino.
Il volume trova la sua principale ragione nell’esigenza di documentare - anche attraverso un ricchissimo apparato fotografico - un imponente intervento di restauro che ha riguardato le architetture della Certosa. L’attenzione alla cultura materiale, pur se messa in primo piano, non oscura però le considerazioni di ordine più spirituale. Sono pure descritte le vicende storiche e quelle sociali che si sono succedute nel corso degli anni, fino a giungere alla rappresentazione della vita attuale dei certosini. Riguardo alla storia del monastero l’autore esamina, in particolare, l’epoca che va dal terremoto del 1783 alla ricostruzione di fine Ottocento, con numerosi riferimenti alle vicende “istituzionali” (rapporti con la Grande Certosa, con il Comune di Serra San Bruno, ecc.) che i certosini in quei frangenti si trovarono a vivere. Sono contenute diverse fotografie di opere d'arte presenti a Serra e raffiguranti San Bruno. Tra queste il "laghetto", con la statua in pietra raffigurante il Santo tedesco in penitenza nelle acque gelate, inserita in uno scenario architettonico datato 1645, e la piccola statua marmorea settecentesca posta sulla facciata della chiesa Matrice, di probabile esecuzione locale a causa dello stile popolare che la contraddistingue. Risaltano, poi, il medaglione marmoreo della chiesa dell'Addolorata, verosimilmente raffigurante San Bruno e non un generico "monaco certosino", e la statua del Santo certosino conservata nella chiesa Matrice. Quest’ultima sebbene di esecuzione tedesca, ha sollevato non pochi problemi di attribuzione a causa della mancata corrispondenza dimensionale con lo scannello firmato e datato David Müller 1611 e raffigurante un episodio oggi contestato dagli studiosi del santo: l'apparizione di Bruno al conte Ruggero dei Normanni. Sono, inoltre, presenti l’altare conservato nella chiesa dell'Addolorata, con la pala raffigurante “L’apparizione della Vergine a San Bruno” firmata e datata Paolo De Matteis 1721 e l'altare dell'antico quarto priorale con la pala settecentesca raffigurante San Bruno trasportato dagli angeli, di evidente derivazione da una delle stampe di Lanfranco e Krüger. L’autore, partendo da alcune considerazioni sulla spiritualità dell’Ordine certosino, entra anche nel merito delle strutture architettoniche cinquecentesche del monastero serrese. Dall’organizzazione della difesa, e cioè le torri che si trovano lungo il perimetro della cinta muraria, giunge alle considerazioni sull’impianto tipologico della Certosa prima del terremoto del 1783. Valuta, poi, documenti e saggi riguardanti le attribuzioni della chiesa e del chiostro confutando quelle relative al Palladio o a Giacomo Del Duca. Gritella, valutando la presenza, nel cantiere certosino, di Fabrizio Novelli da Cagli, di Ferdinando Caniglia di Padula, di Felice de Felice da Carrara e del napoletano Ferdinando Rosa, la mette in rapporto con l’architetto fiorentino Giovanni Antonio Dosio, attivo, dopo il 1591, nella Certosa di San Martino di Napoli. L’attribuzione, interamente da supportare, è, però, un ottimo punto di partenza per indagini future e approfondimenti ulteriori. L’autore afferma, inoltre, per ciò che riguarda i lavori del Grande Ciborio fanzaghiano, che la presenza del fiorentino Innocenzo Mangani sia da mettere in relazione con la realizzazione del tabernacolo “opera per taluni aspetti legata alla tradizione e al gusto seicentesco degli opifici fiorentini”. Esamina, ancora, gli anni successivi al terremoto del 1783 fino ad approdare all’esame dei documenti riguardanti la ricostruzione ottocentesca del convento (t. c.- d. p.).
Della imponente bibliografia certosina del Gruys si segnalano le pp. 255-257 del secondo volume, dedicate alla Certosa di Serra San Bruno.
Libro fotografico sulla Certosa calabrese, di grande interesse perché ne documenta lo stato prima degli interventi di restauro predisposti negli anni successivi. Il libro consente, tra l’altro, anche di individuare la collocazione di opere d’arte in seguito (1994) ubicate nel Museo della Certosa.
Questo ampio studio, sebbene non sia facilmente consultabile in quanto solo dattiloscritto, ha trovato un suo esito essenziale, oltre che nella monografia bruniana di André Ravier, nell'eccellente Introduzione pubblicata in Lettres des premiers Chartreux, t. 1 (SC 88) ed anche in quella che apre le Consuetudines Cartusiae di Guigo I (SC 308). Il testo raccoglie i più importanti risultati delle lunghe ricerche di Dom Maurice Laporte, che hanno posto fine - pur tra motivate obiezioni che sono state rivolte a quest’opera - a molte enfatizzazioni leggendarie costruite intorno alla figura di San Bruno, restituendo al fondatore dell’Ordine certosino un profilo storicamente più sicuro. Alla fondazione calabrese è dedicato l’intero VII capitolo (pp. 251-358) nel corso del quale vengono analizzate le principali questioni storiche che riguardano tale insediamento: il ruolo dei “principi” normanni e del papa Urbano II; il problema della tradizione manoscritta e diplomatica relativa al monastero calabrese; il rapporto tra Bruno e il suo compagno e successore Lanuino; gli sviluppi della fondazione dopo la morte di Bruno; le relazioni tra la Certosa calabrese e quella francese; i motivi del passaggio della Casa certosina serrese all’Ordine cistercense alla fine del XII secolo. Una delle idee centrali del lavoro di Dom Laporte - successivamente diffusa attraverso altri testi, quali quelli di Ravier, che a Laporte si richiamano - è che la fondazione calabrese abbia subito una profonda diversione, rispetto ai suoi caratteri originari, dopo la morte di San Bruno. Lentamente, infatti, la vita cenobitica avrebbe preso il sopravvento sulla vita eremitica e l’insediamento serrese si sarebbe indirizzato verso una forma monastica di tipo camaldolese. Protagonista di questo cambio d’indirizzo sarebbe stato, soprattutto, Lanuino, il quale, già vivente San Bruno, avrebbe dimostrato la propria maggiore tendenza per gli affari temporali e un minor radicamento negli ideali eremitici originari, acconciandosi poi, come primo successore del santo, a dare all’eremo calabrese quella configurazione cenobitica più consona alle circostanze storiche e alle caratteristiche del luogo. Utile risulta anche il secondo volume: Traits fondamentaux de la Chartreuse, In Domo cartusiae 1960, p. 609. Di particolare rilievo è il capitolo primo, che analizza il rapporto tra San Bruno e Guigo I.
Nel primo volume (anni 1084-1141) si dà conto del primo insediamento certosino sulle Serre calabresi (pp. 58-155), riportando anche i Titoli funebri raccolti dal rolligero dopo la morte di San Bruno. Degno di nota è che il Le Couteulx faccia risalire al 1097 la fondazione di S. Stefano sulla base di Camillo Tutini e di un documento di provenienza normanna (“ex Rogerii literis”), assegnandogli i caratteri di una domus inferior. Ricorda pure i dissensi sorti in seno alla comunità monastica serrese per la successione di Lanuino a San Bruno e pubblica, tra gli altri, il testo della Bolla di Pasquale II Quod magnopere desideravimus relativa a tale controversia. Alle pp. 236-251 si può leggere il testo degli Statuti emanati dal priore Lamberto per i certosini calabresi. Da segnalare nel terzo volume, che copre gli anni dal 1184 al 1230, la ricostruzione del passaggio della Certosa all’Ordine cistercense (pp. 122-126), motivata con la circostanza di una graduale estinzione della vita anacoretica nell’eremo di S. Maria che avrebbe condotto al prevalere della vita cenobitica praticata nel monastero di S. Stefano. L’ottavo volume è integralmente dedicato agli Indici. L'autore è morto nel 1709.
Ciclo di 22 tavole stampate ad acquaforte, sulla base delle pitture che Eustache Le Sueur aveva realizzato, tra il 1645 e il 1648, per il chiostro della Certosa di Parigi. Le tavole vennero pubblicate per la prima volta dall’editore Cousinet intorno al 1680, quattro anni dopo la morte di F. Chauveau, e furono accompagnate da quartine latine con la traduzione francese a fronte. Dal punto di vista stilistico, secondo l’opinione di Giovanni Leoncini, mancano in esse, inevitabilmente, talune “[...] note cromatiche degli originali, che discendono direttamente dalle essenze dei colori, piuttosto che da variazioni dei valori luminosi e chiaroscurali; e ciò la tecnica dell’incisione all’acquaforte non permetteva di riprodurre”. Nel contenuto ritroviamo i momenti più famosi della vita di San Bruno, con una prevalenza del periodo francese, ma con l’inserimento di alcuni episodi importanti relativi alla permanenza calabrese del santo. Tra essi si richiama la tav. 18, che raffigura San Bruno assorto in preghiera mentre i suoi compagni lavorano alla costruzione dell’eremo di Santa Maria della Torre; la tav. 20, con il celebre episodio dell’apparizione di San Bruno in sogno al Conte Ruggero, per avvisarlo di una congiura ordita ai suoi danni durante l’assedio di Capua; le tavv. 21 e 22, con la scena, mistica e drammatica, della morte del santo e l’apoteosi in cielo dopo il suo transito terreno. La datazione del volume è tratta dalla bibliografia certosina di Gruys, ma occorre tener conto che in una recente pubblicazione (De Leo 2002) viene indicato come anno di edizione il 1756.
Prima ristampa ottocentesca del ciclo di Le Sueur. Le tavole sono in numero di 26 rispetto alle 22 dell’originale, poiché vengono aggiunti il ritratto di E. Le Sueur, il disegno della Certosa di Roma, la pianta della Certosa di Parigi, la dedica della chiesa dei Certosini. Le incisioni sono precedute da una breve vita di Le Sueur, da una vita di San Bruno e da una spiegazione delle diverse scene. Si conosce una seconda edizione di quest’opera pubblicata nel 1816.
Reimpressione del ciclo di Le Sueur. Le tavole sono accompagnate da due notizie biografiche sullo stesso Le Sueur e su San Bruno.
Il ciclo di Le Sueur nella reimpressione di Georges Malbeste, che aggiunge, rispetto al primitivo ciclo iconografico, le seguenti tavole: il frontespizio allegorico con il busto di Le Sueur, il disegno della Certosa di Roma, la pianta della Certosa di Parigi, la dedica della chiesa dei Certosini.
Riproduzione in “Photocollographie”, presso la stamperia dell’Ordine certosino, del ciclo di Eustache Le Sueur
Interessanti profili biografici, in lingua latina, di alcune notevoli figure certosine. Tra i tanti profili di monaci della Certosa di S. Stefano si segnalano quelli di San Bruno (t. III, pp. 484-491), di Lanuino (t. I, p. 447) e di Lamberto (t. III, pp. 140-141). Il quinto volume è di Indici. L'autore è morto nel 1693.
Il Molin, che insieme al Bohic può essere considerato un vero iniziatore della ricerca storica sull'Ordine certosino, è morto nel 1638 e, come si deduce dallo stesso titolo dell'opera, traccia un panorama dello sviluppo della vita certosina dall'anno della fondazione fino ai suoi giorni. Nel primo volume, dopo aver ricordato le fasi essenziali del primo secolo di vita certosina in Calabria, soffermandosi anche sul passaggio ai cistercensi, riporta la narrazione dei principali miracoli attribuiti a San Bruno post-mortem, la gran parte dei quali di ambientazione calabrese.
Pur con tutti i limiti dovuti allo stato delle ricerche nel momento della sua composizione, il libro presenta uno dei pochi studi d’insieme sulle vicende della Certosa. La trattazione è suddivisa seguendo i momenti cruciali della storia del monastero: il periodo calabrese di San Bruno e gli anni che precedettero il passaggio ai cistercensi; la “decadenza” (ossia l’epoca cistercense e commendataria); la “rinascenza” (ovvero dalla “recuperazione” cinquecentesca in avanti); il terremoto; la storia ottocentesca.
Assumendo come prospettiva di lettura uno dei più caratteristici elementi della spiritualità certosina, il "deserto", l'autore traccia un'articolata biografia "italiana" di san Bruno. Diversi capitoli sono dedicati alla permanenza di San Bruno in Calabria durante gli ultimi dieci anni della sua vita. Ad una prospettiva storica si intreccia un punto di vista di meditazione spirituale sul significato del suo magistero. La “diversione” dell’originario spirito certosino avvenne con Lanuino, il primo successore di Bruno, affine per origini e mentalità ai Normanni che governavano la Calabria. “Larghezza di doni e conseguente benessere - sostiene l’autore - mutarono, lì per lì, lo spirito dell’eremo di Santa Maria della Torre, dopo la morte di san Bruno”. Tale spirito ricomparve dopo la sua reintegra cinquecentesca e, da allora ad oggi, essa è una “degna consorella” della Casa madre francese. In Appendice (pp. 225-231) un anonimo certosino tratta di “precedenti della fondazione di Serra San Bruno, Certosa della Calabria, e sviluppi storici della fondazione stessa” e sottolinea come siano “[...] ancora da approfondire storicamente le vere motivazioni per il cambio d’indirizzo monastico dalla regola certosina a quella cistercense”. Sarebbe, però, “[...] ingiusto tacciare di rilassatezza il cistercense monastero di Santo Stefano, che per oltre due secoli fu infatti un efficiente centro di attività spirituali e temporali”. Particolarmente apprezzabile risulta il tentativo di porre in risalto l'attualità della vita contemplativa inaugurata da san Bruno. Della precedente edizione (Dio risponde nel deserto. Bruno il santo di Certosa, Torino 1979, Gribaudi, p. 217) si ha la traduzione inglese e portoghese.
Pubblicazione di una tesi di laurea alla quale ha dato il proprio, indispensabile, contributo il Padre bibliotecario della Certosa Dom Basilio M. Caminada. Il testo esplora, con grande ampiezza cronologica, i caratteri storici dell’insediamento certosino sulle Serre calabresi, non esimendosi dalla comparazione con la primitiva fondazione francese. Quest’ultima appare dotata di maggiore “[...] regola, metodo, disciplina, rigidità, stabilità e fissità”, laddove a Serra vi furono “più libertà relativa, adattamento alle condizioni locali e personali ed esercizio del carisma del Superiore”. Qui, con Lanuino, si produsse una “[...] infiltrazione di osservanze di vita comune nella comunità di vita solitaria”, che a lungo andare rese inevitabile il passaggio all’Ordine cistercense sul finire dell’XI secolo. La storia della Certosa di Serra proseguì con la “recuperazione” del XVI secolo e il riconoscimento ufficiale del culto di San Bruno, dopo il ritrovamento delle sue reliquie, mantenendo sempre dei contatti con la Santa Sede che testimoniano la benevolenza e l’amicizia dei pontefici romani per la seconda casa fondata da San Bruno.
Fondamentale studio su San Bruno. Sottolinea le differenze tra la prima fondazione francese e l’insediamento certosino in Calabria, nel quale la solitudine e il ritiro non sarebbero stati garantiti come in Francia giacché esso sarebbe sorto nei pressi di un paese di settemila abitanti chiamato Serra San Bruno (sic!). Nel confronto con le fonti pone in dubbio l’autenticità sia della cronaca in versi del monaco Maraldo - all’origine della leggenda agiografica secondo cui San Bruno avrebbe battezzato Ruggero II - sia del cosiddetto Privilegium Magnum, che riporta il racconto dell’apparizione prodigiosa in sogno del santo a Ruggero il Gran conte per avvisarlo di una congiura ordita a suoi danni durante l’assedio di Capua. Nel dibattito storiografico intorno alla data di fondazione del monastero di S. Stefano del Bosco - la seconda casa calabrese dopo quella di Santa Maria della Torre - accoglie la tesi di Dom Maurice Laporte che la colloca tra il 1120 e il 1122, durante il priorato di Lamberto. La questione è di decisiva importanza, poiché in tale monastero - cenobitico e non eremitico come Santa Maria della Torre - si sarebbe osservata una Regola benedettina estranea alla spiritualità di San Bruno. Infatti, laddove San Bruno evitò accuratamente l’introduzione di elementi cenobitici, una crisi latente si produsse in Calabria nel puro ideale certosino ed esplose incontenibile dopo la sua morte. La monografia presenta, soprattutto, un solido studio teologico e filosofico su san Bruno e risulta validamente impegnata nella ricerca delle fonti scritturistiche e patristiche del padre dei certosini, oltre che in una approfondita analisi della sua fisionomia psicologica e spirituale. In particolare merita di essere segnalato il tentativo, ben riuscito, di leggere la "filosofia del bene" interna alla prospettiva teologica del celebre maestro di Reims.Il volume presenta pure una pregevole traduzione delle Lettere bruniane e della Professione di fede del santo ed anche, in Appendice, la prima versione spagnola completa delle Consuetudini di Guigo I. Si ha la traduzione tedesca, francese e, ora, anche quella italiana: Gerardo Posada, Der heilige Bruno, Vater der Kartauser, Mit Beitragen von Adam Wienand und Otto Beck, Koln 1987, Wienand Verlag; e Un Chartreux, Maitre Bruno, père des Chartreux, traduction par Roland Quencez, coll. Analecta Cartusiana: 115, Salzburg 1990, p. XIV-212. Trad. it. San Bruno, maestro e padre di monaci, Presentazione di Giuseppe Gioia, traduzione di Adelaide Baracco, Roma 1998; questa traduzione è condotta sulla seconda edizione spagnola corretta ed aggiornata (Madrid, 1995, B.A.C. 413, p. 358).
Ricerca pionieristica, condotta quando gli studi sulla Certosa di Serra San Bruno erano, di fatto, fermi a pochi titoli - talvolta di dubbio valore - prodotti a partire dagli ultimi due decenni del XIX secolo o si limitavano ai riferimenti contenuti in volumi dalla prevalente intonazione agiografica. La prima parte si sofferma sulle fonti archivistiche presenti nell’Archivio della Certosa, negli Archivi di Stato di Catanzaro e di Napoli, nella Biblioteca Nazionale di Napoli (sezione manoscritti Brancacciani). La seconda esamina le fonti bibliografiche. La terza tratta delle fonti iconografiche e riporta vedute della Certosa e dei luoghi bruniani prodotte tra Sette e Ottocento sia prima che dopo il terremoto, le carte topografiche realizzate in occasione della controversia giurisdizionale settecentesca tra la Universitas civium serrese e la Certosa, alcuni esemplari della cartografia storica calabrese in cui è rappresentato il territorio certosino. Completa il volume una sezione documentaria nella quale sono inclusi, integralmente o in regesto, documenti tratti da opere di vari autori (Tromby, Trinchera, Capialbi e Russo).
Il Ravier - che in questa nuova edizione ha modificato significativamente il titolo della prima (Saint Bruno, le premier des ermites de Chartreuse, Paris, P. Lethielleux, 1967) - ha puntualmente ripreso e presentato al grande pubblico i risultati delle ricerche condotte da Dom Maurice Laporte in Aux sources de la vie cartusienne (1960), sapendo porre in rilievo, con originalità, alcuni elementi significativi della vita di san Bruno. Nel capitolo VIII, il più impegnativo del volume, l'analisi della vita contemplativa è accompagnata dalla presentazione del testo integrale, tradotto, delle due Lettere del padre della Certosa. Importanti anche le numerose pagine dedicate agli anni calabresi di San Bruno, che, per l’autore, devono considerarsi in buona misura avvolti nell’oscurità, sia per le enfatizzazioni agiografiche che vennero elaborate intorno alla vita del santo sia per lo stato malsicuro della documentazione storica. Non si può, tuttavia, dubitare del fatto che Bruno prima della fine del 1091 abbia eretto un eremo a Santa Maria della Torre, vivendovi per dieci anni con alcuni compagni. A tal riguardo una questione fondamentale è quella che riguarda i caratteri della fondazione monastica che Bruno istituì in Calabria, giacché da talune fonti sembrerebbe che già vivente il santo sia stato edificato il cenobio di S. Stefano, con conseguente tendenza verso una forma di tipo camaldolese. Le più recenti ricerche si indirizzano, però, a sostenere che solo ad un ventennio di distanza dalla morte di Bruno sorse il monastero di S. Stefano e che, quindi, nel suo tempo dovette esistere il solo eremo di Santa Maria della Torre. Lo stesso rapporto tra Bruno e il conte Ruggero non è di facile decifrazione, se i biografi del santo ne hanno parlato inserendovi degli elementi di incerta valutazione. Certo è che le donazioni ruggeriane e il ruolo via via assunto dal Magister eremi - in seguito alla gestione di tali donazioni - condurranno la fondazione calabrese lontano dallo spirito orginario di San Bruno. Tale diversione dagli ideali primitivi la si può vedere già a partire dall’epoca di Lanuino, di frequente impegnato nella soluzione di affari temporali. Infatti, se Bruno non ebbe mai alcuna preoccupazione per i beni materiali né sollecitò in alcun modo donazioni, Lanuino si dimostrò molto abile nelle cose economiche e seppe accettare e chiedere le donazioni. Questa divergenza tra i modi di vedere dei due monaci si rivelò così marcata che alla morte di Bruno la comunità calabrese esitò molto prima di accettare Lanuino quale suo successore.
Contiene brevi notizie sulle opere di alcuni monaci presenti nella Certosa di S. Stefano del Bosco. |